Visualizzazione post con etichetta dolore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dolore. Mostra tutti i post

20 gennaio 2014

"Ma la smetti di ingozzarti?" Nuova luce sui disturbi alimentari


Spesso si pensa, e io stesso l'ho sempre detto anche nei seminari, che quando una persona mangia troppo lo faccia per riempire dei vuoti interiori, per non avvertire l'angoscia che la invade. E ciò è probabilmente vero ma, indagando più a fondo, cambiando il proprio punto di osservazione, è possibile scoprire una spiegazione ulteriore e che non contraddice la precedente. 
Ogni uomo è portato al Risveglio; non importa quanto tempo ci metterà o quali strade percorrerà per farlo: resta comunque il fatto che anche per lui arriverà il momento in cui la sua coscienza si ridesterà . 
Ti è mai capitato di essere svegliato bruscamente da qualcuno che ti punta in faccia una luce accecante o alza le tapparelle troppo in fretta? Beh, non si tratta di un'esperienza piacevole perché preferiremmo una luce graduale per svegliarci poco alla volta (e Naomi Campbell e/o BRAD PITT che ci sussurrano dolcemente "vieni caro che è pronta la tua colazione"). 
Così è anche per il Risveglio della Coscienza: i corpi devono essere abituati con gradualità all'immissione di nuova luce*, di nuova energia. Se ne arriva troppa e tutta insieme, possono verificarsi gravi problemi e talvolta danni irreversibili all'apparato psicofisico (per la cui cura se ne riparla quindi alla prossima incarnazione). 

Il corpo è stato creato per attuare tutta una serie di strategie e tutelarsi dai pericoli derivanti da un repentino ed eccessivo afflusso di energia; e poi dicono che la mente è stupida, mentre invece essa fa veramente un ottimo lavoro!

Quindi ecco, secondo me, cosa sta succedendo a molte persone. Il fenomeno dell'obesità o di altre patologie riguardanti la sfera alimentare, ha cominciato a dilagare negli ultimi decenni e guarda caso  proprio in concomitanza dell'incremento dell'energia planetaria.
Il fuoco spazza via le vecchie forme e quindi la gente vede i propri spettri, le cose sempre rimosse con un certo "successo". I corpi si spaventano si "allarmano" e ti fanno mangiare tanto, per obnubilarti la coscienza, per non farti avvertire il dolore: trovano il modo di anestetizzare.
Al tempo stesso si allarmano perché troppa luce, troppo calore è per loro pericoloso e quindi capziosamente suggeriscono: "Ma perché non mangi queste brioches anziché andare a ballare questa sera?" o "Non hai visto come è graziosa la tua vicina di casa...tu, a suo confronto sembri sua nonna!" Insomma tu ci caschi e mangi, mangi, fino a che non senti più nulla...

Anche quando si verificano i primi lampi di risveglio, i corpi allertati dalla spia "Danger" mettono subito in atto le strategie per ristabilire il precedente status quo. Naturalmente in genere questo avviene senza che ci si possa accorgere di quanto essi stiano facendo. E anche il mangiare molto è una loro astuta strategia per "chiudere le imposte aperte troppo in fretta".
Quando si mangia in eccesso infatti si abbassa notevolmente lo stato vibratorio perché molta della nostra energia è richiamata dal processo digestivo e quindi non più disponibile a mantenere o proseguire il risveglio della coscienza.

Osservando le statistiche sulle visite alle pagine dei miei blog, ho notato che gli articoli meno letti sono quelli sui vizi capitali e in particolare quelli sulla gola: ma non vi fa sospettare nulla tale "combinazione"?
Ho provato qualche volta a parlare agli amici che frequento per dire loro che forse stanno autoboycottandosi rendendo difficile e più lungo il percorso verso il risveglio, ma la risposta è quasi sempre la stessa: "guarda che ti fai delle seghe mentali". Ciò può essere anche vero, anzi sicuramente lo è e soprattutto lo è stato. Tutti i macrobiotici passano attraverso un lungo periodo in cui diventano rigidi come merluzzi e sono sicuri che quella sia l'unica strada giusta da percorrere (ne parlo anche nel mio vecchio libro "Ero un macrobiotico triste"!). Alcuni però a volte smettono gradualmente di essere così attaccati alla loro dieta e sperimentano che effettivamente è possibile arrivare a mangiare qualsiasi cosa e mantenere un corpo efficiente e lucido.

Certo però che ciò a cui è necessario aspirare è ben più importante della lucidità o efficienza fisica: io voglio risvegliarmi, ritrovarmi e non semplicemente sentirmi in forma.
Amo molto il modo di mangiare che ho imparato e che insegno, ma amo molto di più la libertà che deriva dal rendersi strumento in terra del divino che è in me.
Ognuno ha i suoi tempi e ognuno deve risvegliarsi da solo; alla fine effettivamente ciò che importa è destarsi dal sonno della coscienza e ciò può avvenire a chiunque, siano essi ciabattini scozzesi o prostitute senegalesi, agenti di borsa o profughi afgani.
Se ti fermi e lo chiedi forse potrà avvenire anche a te, adesso.

Enrico D'Errico
Moriturus te salutat  

*Riconducibile a tale argomentazione è sicuramente anche l'episodio biblico dell'antico testamento in cui Geova, per proteggere la vita di Mosè, quando lui va a parlargli sul monte Sinai, pone una mano davanti al suo corpo e, nonostante questo, il suo volto prende una bella scottatura! .

(Questo post comparirà anche nel libro “Io sono un’Anima”)

25 novembre 2013

Digiunare

In fatto di digiuno non ho certo l'esperienza di Cristo, tuttavia vorrei riportarvi alcune impressioni ricavate dalle mie esperienze in merito.
Nella nostra cultura europea si sente il retaggio dei periodi trascorsi durante le due guerre mondiali, in cui il cibo scarseggiava e molte famiglie dovevano veramente tirare la cinghia. E' naturale quindi che anche i posteri abbiano ereditato forti resistenze per praticare digiuni.

C'è poi tutta una tradizione del punire i figli mandandoli a letto senza cena; quindi per molte persone poco riflessive non mangiare per un pasto o due è come infliggersi una punizione.

Quasi completamente tramontata e abbandonata l'usanza del digiuno del venerdì praticato negli ambienti della chiesa cattolica, a favore dell'ingurgitare ogni giorno ogni genere di cibo: carne, formaggio, latte, affettati, pesce, gelati e dolciumi di vario tipo, nel trionfo assoluto del vizio capitale della gola*, cosa di cui ho ampiamente parlato nei mesi scorsi. Le persone, qualsiasi religione professino, si sentono così lontane da Dio da essere obbligate ad annegare la loro angoscia esistenziale nel cibo e altre cose anestetizzanti.

Ma che succede quando non mangiamo?
Nelle ore immediatamente successive all'inizio del digiuno accadono alcune cose: intanto iniziano disturbi vari come mal di testa, di pancia, a volte diarrea, a volte stitichezza, calo della lucidità e della energia, perdite vaginali per la donna, sbalzi d'umore, irritabilità. Perché? Semplicemente perché le tossine e le impurità che prima erano depositate in vari luoghi dell'organismo, ora entrano nuovamente in circolo, e ciò non è affatto piacevole. Immaginate il grasso in eccesso accumulato ad esempio nel sistema cardio-circolatorio che comincia a sciogliersi e a circolare liberamente per essere nuovamente metabolizzato, digerito ed espulso. Immaginatevi il muco che nel sistema polmonare si scioglie per essere ingoiato e nuovamente digerito; pensate infine all'intestino, le cui pareti sono cariche di vecchie feci "spalmate" dappertutto: esse cominciano a sfaldarsi e ad aumentare la putrefazione interna per poi essere espulse.
Mentre noi non mangiamo, non introitiamo nuovo cibo, il corpo recupera tutto ciò che può: in pratica
l'organismo si nutre di se stesso.
I sintomi si intensificano al secondo giorno di digiuno per poi scemare e finalmente dopo il terzo giorno, generalmente parlando, non si avvertono più grossi disagi.

Già, però iniziano ad emergere difficoltà psichiche, emotive e mentali: ecco perché si suggerisce per i digiuni prolungati di avere accanto una persona esperta che sappia cosa fare per sostenerci e confortarci; e se parlo di conforto non è a caso perché 
vengono fuori molte paure e dolori appartenenti a traumi di ogni epoca. Esistono punti nodali che appartengono alla nostra incarnazione, particolari caratteristiche su cui abbiamo da lavorare; i corpi che ci siamo scelti di epoca in epoca hanno ovviamente fatto resistenza al normale corso evolutivo, alla spinta a cui sono stati sottoposti. L'attrito è stato sicuramente molto forte e segni di quel dolore provato vengono riverberati fino a noi; col digiuno non abbiamo più scappatoie: il cibo, il principale anestetico di cui ci serviamo non c'è, di fare sesso a gogò forse non ne abbiamo la forza, di fare acquisti compulsivi pure, se bevessimo alcolici ci verrebbe da vomitare......insomma non c'è scampo....è necessario che accada quel che deve accadere.



Devo confessarvi una cosa: alcuni giorni fa stavo per mettere le mani addosso a un essere umano e non per accarezzarlo o confortarlo ma per picchiarlo. Ero fuori di me! Per alcuni minuti i miei corpi hanno preso il sopravvento ed erano assolutamente convinti della giustezza della loro azione: la persona oggetto della loro invettiva era infatti, secondo loro, oggettivamente riprovevole e meschina. Grazie al cielo in breve tempo ho ripreso la guida del mio veicolo e il pensiero che ha preso campo è stato che anche quella creatura, come tutte le altre, ha il suo dolore, i suoi traumi da elaborare. Ciò naturalmente non giustifica il suo atteggiamento razzista nei confronti di una donna straniera da lui apostrofata come "schiava", ma crea in me un terreno utile su cui riflettere sia per ciò che riguarda il suo comportamento ma soprattutto per ciò che concerne la mia reazione.

Perché ho reagito così? 
E' vero, in parte c'era lo sdegno per aver assistito alla scena di qualcuno che offende violentemente una persona indifesa e debole; ma c'è sicuramente dell'altro, e questo fa parte del mio lavoro per i prossimi giorni.



Stavamo argomentando sul fatto che quando digiuni vengono fuori tanti eventi traumatici dell'intera nostra esistenza; vi ho parlato di questo episodio perché mi sono appena trovato in una circostanza in cui qualcuno, impregnato del suo vecchio dolore mai visto e bonificato, in preda a forte irritazione riversa su qualche capro espiatorio la sua rabbia. Questa situazione mi rammenta ancora una volta il lavoro svolto da Alejandro Jodorowsky che ha illustrato molto bene quanto ognuno di noi porti con sè il retaggio di tutti i suoi antenati: morti violente, tradimenti, assassinii, aborti, episodi criminali e tanto altro ancora. Lui non suggerisce un lavoro psicanalitico ma atti psico-magici in grado di sciogliere certi legami e aiutare tutto il ramo familiare.

E' bello pensare che ognuno di noi ha la possibilità di sciogliere situazioni che si sono cronicizzate nel corso di secoli, in numerose incarnazioni. Amo il lavoro su di sé perché mi sta facendo diventare "adulto", mi sta aiutando ad assumermi le mie responsabilità.
Amo il lavoro si di sé perché prima avrei considerato quell'uomo di cui vi ho parlato, un nemico, degno del mio disprezzo.
Ora, dopo appena 24 ore, sento che è un fratello che mi ha aiutato a conoscermi meglio, e davanti al quale devo solo inchinarmi con rispetto.

Enrico D'Errico

* Vedi i post dal 18 agosto in poi.

10 settembre 2013

Questo dolore ti salverà

L'essere umano soffre.
Quale è il significato del dolore che prova?
L'uomo soffre perché non conosce il motivo per cui è sulla terra e il dolore è il promemoria utilizzato dall'Esistenza per invitarci a correggere il cammino, a riportare i nostri passi su quello dell'evoluzione, rispettando i tempi e le modalità da essa stabilite.
Il dolore è la conseguenza di un orgoglioso atto di ribellione a chi, desiderando amorevolmente il nostro bene, ci dice cosa fare della nostra vita, del nostro corpo. Lui ci invita di continuo a consultare il manuale di istruzioni per l'uso ma noi ci ostiniamo a pensare di non averne bisogno. Il Padre, in una maniera che se potessimo realmente comprendere ci sentiremmo fulminati dalla commozione, vorrebbe che ci lasciassimo andare al suo abbraccio e smettessimo di fare resistenza. Molto interessante è un post di Salvatore Brizzi che ho letto e riletto molte volte dove dice:  
"Voi tutti compite uno sforzo quotidiano, che si protrae 24ore al giorno, per restare lontani dall’Unità! E di questo sforzo nessuno di voi si rende conto.Nessuno di voi infatti vuole l’illuminazione e vi prodigate ogni giorno della vostra vita, con straordinaria pervicacia, per RESISTERE all’Unità. Ogni pensiero, parola o gesto esprime il vostro sforzo di restare lontani dall’Uno".

E questo sforzo costante di resistere all'Unità, agli inviti di Dio, questo viaggiare sempre non in sintonia col cammino evolutivo, porta inevitabilmente dolore.
E' come se l'Esistenza fosse costretta sempre a trascinarci mentre noi puntiamo i piedi. 
Io sto provando da tempo a smettere di sforzarmi per tenermi lontano dal Padre, smettere di puntare i piedi.
A volte l'attrito diminuisce e il dolore è inferiore; provo sempre più gioia e pace interiore ma ancora molto lavoro di osservazione sarà necessario.
Personalmente trovo molto utile, oltre a consultare materiale scritto da persone che sono già risvegliate, leggere ogni giorno la Bibbia.
Per esempio scritture come questa:

"Rimetti la tua sorte al Signore; confida in lui ed egli opererà." "Put your life in the hands of the Lord; have faith in him and he will do it.""Revela Domino viam tuam et spera in eum et ipse faciet"."Remets ta voie à l'Éternel et te confie en lui, et il agira".“Rotola su Geova la tua via; confida in lui ed egli stesso agirà”. (Salmo 37:5)


Oppure ascolto musica speciale come quella del compositore Arvo Part; (non lo conoscete? E' sublime!)
Bello è anche immergersi nelle immagini di fotografi ispirati come Gregory Colbert.
E se il dolore e la confusione che provo sono forti smetto di mangiare; a volte basta digiunare solo per alcune ore e il cuore si apre nuovamente, gli occhi vedono più bellezza.

Ma quando faccio queste cose non cerco solo il conforto, non voglio solo anestetizzarmi dal dolore interiore o fisico: cerco di parlare ai miei corpi dicendo loro che possono fidarsi, che non è necessario che facciano sempre i capricci......
Io non voglio smettere di soffrire, almeno non solo questo! Io chiedo ogni giorno che il Padre mi aiuti a permettergli di guidarmi; chiedo anche costantemente al Figlio "Signore Gesù Cristo figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!"

Il dolore in realtà è veramente un mezzo amorevole per aiutarci a svegliarci.
"Fate l'amore col dolore!" suggerisce Salvatore in un suo post, dove dice:

"Ebbene, noi tutti – volenti o nolenti – siamo alchimisti venuti sulla Terra a trasmutare il Piombo in Oro, ma allo stesso tempo alberghiamo in noi una natura animale che ci fa comportare alla stregua di ominidi capaci di solo pensiero pre-logico, per cui allontaniamo il Piombo appena ne fiutiamo anche solo l’odore.




Il Piombo è la nostra sofferenza... e la nostra sofferenza è di piombo.

L’Oro rappresenta la Gioia, l’Amore, la Ricchezza, l’Abbondanza, la Creatività, l’Imprevedibilità, l’Impeto Guerriero e tutte le altre qualità che è possibile ricavare da una corretta trasmutazione della sofferenza.


Quando soffriamo dovremmo letteralmente gettarci sulla nostra sofferenza ed estrarne il meglio. Spremere l’Oro dal Piombo. L’angoscia, lo stress, la gelosia, la rabbia... rappresentano occasioni imperdibili per balzare in alto.

Presso alcune scuole esoteriche del passato si lavorava con la “sofferenza volontaria“. Ciò significa che l’istruttore imponeva agli allievi delle sofferenze e dei sacrifici, non necessari dal punto di vista della sopravvivenza quotidiana, al fine di sottoporli a costante tensione. Erano sofferenze supplementari – fisiche, emotive e mentali – create ad hoc per consentire una trasmutazione e quindi un’ascesa più rapida.
Oggi questo trattamento non è più indispensabile perché le condizioni vibratorie del pianeta sono tali per cui le ordinarie sofferenze quotidiane offrono già una quantità di stimoli più che sufficiente a una rapidissima evoluzione.
In altre parole, abbiamo tutta la sofferenza che ci serve. Sta a noi approfittarne.

La nebulosa concezione della vita che abbiamo mendicato da scuola, parenti e telegiornali, ci porta invece a voler cancellare la sofferenza dal nostro orizzonte: preferiamo morire piuttosto che vivere senza un arto, smettere di innamorarci piuttosto che affrontare nuovi abbandoni, prendere psicofarmaci piuttosto che iniziare a guardarci dentro…

Lanciamo ai giovani un’esortazione antica e rivoluzionaria: fate l’amore con la sofferenza. Possedetela e accoglietela. Non fatevi schiacciare, ma instaurate con lei la stessa complicità che si crea fra due amanti clandestini. In pubblico fingete rifiuto e distacco… ma in privato gettatevi uno nelle braccia dell’altro.

Il comportamento dell’alchimista di fronte alle difficoltà della vita:
-- Osserva con consapevolezza le reazioni della sua macchina biologica all’evento esterno (pensieri, emozioni, sensazioni fisiche).
-- Non attribuisce a una persona o a un evento esterno la causa del suo star male, poiché è perfettamente cosciente di aver creato lui la situazione in cui si trova.
-- Sa di poter influenzare il corso degli eventi esterni se riesce a modificare la sostanza emotiva che si trova al suo interno.
-- Osserva con piena consapevolezza e senza identificazione il dolore della macchina biologica. Non tenta di reprimere o ignorare la sofferenza. Manda amore e compassione verso questo dolore (a questo punto risultano utili alcune modalità operative riportate in Zero Limits e The Key di Joe Vitale, o nel mio Officina Alkemica).
-- A un certo momento del processo – talvolta subito, talvolta dopo molti tentativi – l’energia della sofferenza sale dalla pancia verso il Cuore per venire trasmutata in un’emozione di Gioia.
-- Anche la realtà esterna viene modificata: persone e situazioni cominciano inevitabilmente a cambiare. La trasmutazione del Piombo in Oro fa sì che, fra le altre cose, l’alchimista cominci a possedere Oro non solo interiore ma anche fisico, in accordo con l’antica tradizione che lo vuole capace di arricchirsi anche economicamente, con il fine di utilizzare parte di questa ricchezza come sostegno per i bisognosi. In tal modo mette in atto una forma di gratitudine verso la Vita che gli ha concesso di portare a termine l‘Opera".

Quindi è veramente così: il dolore ci salverà. 

Enrico D'Errico


9 settembre 2013

Siate operai nella messe del Signore

"Vedendo le folle ne ebbe pietà perché erano mal ridotte e disperse come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: Si, la messe è grande ma gli operai sono pochi. Implorate perciò il Signore della messe che mandi operai nella sua messe".

Che ne pensate? 

Non vi sembrano parole straordinarie?
Ma a che livello vi toccano e fino a che punto vi stimolano?

Questa scrittura invita ciascuno di noi a riflettere.
Ci sentiamo fra le pecore o fra gli operai? 
Credo di poter ipotizzare la risposta che forse darebbe la maggioranza di voi. Coloro che seguono il mio blog si trovano, lungo il percorso evolutivo, in una condizione, per così dire, "né carne, né pesce".
Mi spiego meglio. Questa è la condizione di chi, forse dopo un lavoro su di sé anche di anni, comincia a rendersi conto sempre meglio di non essere il corpo che ha ma l'anima che lo utilizza. Siete quindi in grado di gestire meglio i vostri pensieri e le vostre emozioni ma l'anima non ha ancora il pieno possesso dei suoi corpi. Sempre più spesso provate emozioni superiori e siete in grado di vedere belli persino vostra suocera o Bruno Vespa. Ma molti attaccamenti sono ancora presenti e non state veramente costantemente mettendo al primo posto il Regno.

Ecco che quindi, alla luce di quanto detto, in un certo senso, siete sia un po' pecore mal ridotte che operai desiderosi di aiutare Gesù.
Come proseguire questo cammino, incrementando la consapevolezza di essere anime?
La risposta è semplice: continuando a sforzarvi. Senza uno sforzo speciale, un super sforzo, non si ottengono risultati; anche Gesù lo disse usando le parole riportate nel vangelo di Luca al capitolo 13 e ai versi 23 e 24:
"E un uomo gli disse: “Signore, sono pochi quelli che sono salvati?” Egli disse loro: “Sforzatevi con vigore per entrare dalla porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrare ma non potranno..."
Ovviamente ciò che si intende per salvezza è essere sottratti al mondo e alla sua sopravvivenza; un'esistenza meccanica è per l'uomo un vero inferno, mentre risvegliarsi è entrare nel Regno, in paradiso.
Anche Gesù quindi, nella sua risposta, ribadisce la necessità di sforzarsi: molti cercano di entrare senza però aver abbandonato i fardelli dell'attaccamento, della gelosia, della possessività, e rimangono incastrati in questa porta.
Ma col tempo, dopo un lungo periodo di lavoro e di osservazione continua, ci accorgiamo che il momento dello sforzo è superato perché l’attimo di maggiore sforzo coincide sempre con l’assenza di sforzo.
L’assenza di sforzo è resa. Resa al momento presente.
E non c'è più volontà o resistenza al dolore, ma solo accettazione e abbandono alle Braccia dell’Esistenza. Perché il dolore è sempre una resistenza.
Resistenza al ciò che è, al momento presente.
In fondo alla Via, non ci sono più porte.

Ora, pieni di compassione per i nostri simili, come uomini e donne in grado di maneggiare correttamente la spada della verità, imploriamo di essere impiegati dal Signore come operai della messe!


Enrico D'Errico

5 agosto 2013

La malattia: una nuova comprensione si fa strada (1)

Questo post è in parte tratto dal 6° capitolo della seconda parte del mio libro "Io sono un'Anima".

Un giorno di non molti anni fa, all'improvviso capii una cosa semplicissima ma di fondamentale importanza ai fini della comprensione della malattia: Io sono di Dio.
Incautamente, con la tipica imprudenza di chi è inesperto, pieno di entusiasmo ne parlai subito con alcuni amici e anche con la mia fidanzata che a quel tempo era una stupenda infermiera che lavora in un ospedale nelle Marche. Sapete quanto interesse riuscii a destare nei miei ascoltatori? Beh, direi una quantità molto vicina allo zero! Purtroppo per me ero ancora molto impregnato dal bisogno che qualcuno riconoscesse il mio valore, e quindi rimasi molto deluso. Adesso me ne fotto altamente di quel che gli altri pensano di me e non mi curo affatto delle conseguenze di ciò che scrivo in queste pagine o nelle mie opere musicali.

Io sono di Dio, significa: il mio corpo non è mio e se non mi rivolgo al suo proprietario, e cioè il Padre, le parti di me che adopero senza tener conto delle "istruzioni per l'uso" cominceranno ad ammalarsi.
Coloro che non conoscono le leggi dell’esistenza e non credono necessario rivolgersi al Creatore per essere guidati nel percorso evolutivo, si trovano di fronte costantemente a gravi difficoltà esistenziali. La spinta evolutiva è infatti estremamente potente ed è in grado di trascinare con sé tutti gli esseri viventi. Opporsi a essa reca molto dolore a causa del naturale attrito che si ottiene facendo resistenza. Ormai è chiaro che non seguire le indicazioni del Padre non porta da nessuna parte, eppure la stragrande maggioranza dell’umanità si ostina a pensare di non aver bisogno di alcuna guida dall’alto, oppure a ritenere che far parte della religione convenzionale sia il modo giusto per adorare Dio; le sacre scritture affermano in Geremia 10:23 che “non appartiene all’uomo terreno nemmeno di dirigere il proprio passo”. La malattia è la naturale conseguenza del continuo tentativo umano di seguire un’altra strada. Più ci allontaniamo dalle leggi della natura, più grandi sono le difficoltà da affrontare a causa del terribile attrito provocato.
Tu non sei tuo: sei una parte di Dio, sei suo. Il tuo corpo e tutti i meravigliosi talenti di cui disponi dovrebbero essere messi a disposizione del proprietario.

So, ad esempio, che una patologia riguardante la gola, come una laringite, può essere attribuita a un uso improprio della voce, che anziché essere usata “a vanvera”, è naturalmente in grado di pregare o cantare le lodi al Padre.
Facciamo un esempio ricordando un episodio biblico che si trova in Luca al capitolo 1.


Perché il sacerdote Zaccaria perse la parola, divenendo come muto? Perché non usò la voce in maniera appropriata. La utilizzò in quella circostanza, per dare voce, per incarnare un dubbio che serpeggiava dentro di sé. Egli dimostrò poca fede, quindi fu privato dell’uso della parola fino a quando non ebbe compreso la lezione, secondo i tempi stabiliti da Dio; non si rivolse a medici o guaritori, non consultò alcun logoterapeuta. Aspettò pazientemente il giorno in cui il cuore, libero da ogni dubbio lo avrebbe nuovamente spinto a parlare. 

Questo modo di agire di Dio si è mantenuto fino ai giorni nostri, ma noi ne siamo del tutto all’oscuro. Se non usiamo in maniera appropriata una qualsiasi parte del nostro organismo carnale, saremo ostacolati nel suo utilizzo abituale, fino alla totale perdita dell’uso della parte in causa, se non abbiamo ancora capito la lezione. Semplice vero? 


Già, troppo semplice perché sia creduto al volo dalle nostre menti assetate di spiegazioni complesse, menti addestrate dall’ascolto quotidiano dei mass media, dove numerosi esperti ci dicono come siamo fatti e che dobbiamo seguire i suggerimenti della scienza ufficiale, l’unica autorizzata a impartire le cure ai nostri corpi malati.


Se perdo la voce posso solo scegliere tra due possibilità: 

- Non eliminare il sintomo e ascoltarlo fino a quando esso non mi avrà svelato dove sto fallendo il bersaglio, dove sto peccando. Potrò così attendere che arrivi il giorno in cui il sintomo sarà superfluo, perché non più necessario testimone della mia vecchia condizione d’inconsapevolezza.  La voce tornerà normale quando mi sarò assunto la mia responsabilità, e cioè mi sarò preso la briga di cercare, cercare e cercare ancora la verità riguardo a me stesso.

Dare risposte è il compito nei nostri confronti e verso Dio.

- La seconda scelta riguarda il 99 per cento degli esseri umani. È la porta larga più facile da imboccare, ma che non porta da nessuna parte, dove poi si finisce per perdersi in un dedalo infinito di spiegazioni su spiegazioni, complesse e contraddittorie.  Ci si rivolge alla medicina ufficiale, la nuova classe sacerdotale dei nostri giorni, dove gli oracoli si esprimono dall’alto dei loro camici bianchi, dietro agli altari delle loro scrivanie in cristallo e i loro banchi operatori. 

Nei loro templi troviamo ricette mediche specifiche, una per ogni nostro problema: una pillola per il mal di testa, un’altra per i bruciori di stomaco, delle iniezioni per combattere il temibilissimo virus dell’influenza, la pomata per i dolori reumatici. 

Usciamo dai loro studi con una diagnosi, contenti che finalmente sia stato attribuito un nome alla nostra patologia. E pensiamo che questo potrà bastare a curarci. Se non siamo in grado di assumerci la nostra responsabilità e dare risposte, l’esistenza ci inseguirà chiedendocele con impietosa insistenza. In realtà non si tratta per nulla di crudeltà ma di premura amorevole, che per noi, ignoranti e caparbi, si trasformerà in un incubo.


Perché allora non provare noi a smettere di usare quell’organo del corpo in un modo che non rende onore al suo fattore e proprietario? Il silenzio volontario, ad esempio potrebbe significare questo: 

“Padre, vedo che ancora non uso la voce soprattutto per lodarti col mio canto, o pregarti tutte le volte che posso; spesso chiacchiero di fesserie con le mie amiche, parlo di Brad Pitt e di quanto sia affascinante, e riferisco prontamente le ultime novità sugli amanti della mia vicina di casa; mi sono accorta di questo e ho deciso di non parlare più fino a quando non sentirò di meritare nuovamente questo privilegio, quando avrò compreso la sacralità del mezzo che tu mi hai dato per esprimermi”.

E’ veramente straordinario ciò che accade quando sospendiamo volontariamente di partecipare alla rumorosa farsa collettiva: il silenzio che ci imponiamo come disciplina può creare uno spazio sacro che ogni giorno di più fa posto alla sottile presenza del Signore sottraendoci all’uso meccanico di ogni parte del nostro corpo.

Enrico D'Errico


...continua