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6 aprile 2020

KENODOXIA



L'inflazione dell'ego è la storia della rana che vuole farsi grande quanto il bue... La ritroviamo all'origine di molte paranoie positive o negative in cui l"io" si crede perennemente oggetto di ammirazione o di denigrazione, senza aggancio con la realtà. Caratteristica di questa malattia è quella di mettere l'individuo al centro del mondo, come il bambino che esige l'attenzione di tutti gli sguardi.

Tutto ciò che succede è interpretato in rapporto a sé. L'"io" esige un riconoscimento assoluto in cui si profilano tutte le carenze e le frustrazioni del passato. Quanto maggiore è il suo senso d'insicurezza, tanto più avrà bisogno di vantarsi per prodezze o relazioni che lo confermino in una illusoria importanza. 

La vanagloria rende l’individuo particolarmente irritabile e suscettibile non appena la bella immagine che il suo “io” ha di sé viene messa in discussione; una semplice osservazione e si sente odiato e perseguitato; un leggero sorriso ed è il mondo intero che riconosce il suo genio.

Nel deserto, queste caricature sono più sottili, ma la radice del male è la medesima. L’”io” si arroga le prerogative del Sé; il piccolo uomo si crede Dio; gioca d’essere come Dio, il che gli impedisce proprio di essere Dio e di essere se stesso.

Evagrio ci dice che il monaco tormentato dalla “kenodoxia”  immagina di essere diventato un sublime essere spirituale; stando alla bellezza delle sue visioni, ai primati dei suoi digiuni, come potrebbe dubitare della sua santità? Ben presto i malati accorrono, i peccatori vengono a bussare alla sua porta e con un solo sguardo egli li converte… Si crede Cristo e questo atteggiamento gli impedisce proprio di essere Cristo, perché per essere Cristo non bisogna preoccuparsi di se stessi, ma amare Dio e amare gli uomini come lui stesso li ha amati.

In questo amore, diceva Origene, è il Logos che nuovamente si incarna. Noi diventiamo per Lui una “umanità in aggiunta”, dirà più tardi Elisabetta della Trinità.
La “kenodoxia” rende l’uomo sempre più egocentrico, il che gli impedisce di rimanere in posizione teocentrica o Cristocentrica, gli impedisce cioè di considerare il Vivente, “l’Essere che veramente È”, come autentico centro. “Non sono io che vivo, è Cristo che vive in me”, diceva san Paolo. 
È esattamente il contrario di: “Cristo, sono io”.

Secondo Evagrio, la “kenodoxia” fa sognare il monaco di diventare prete; oggi questo ci può stupire, ma a quell’epoca il sacerdote era rivestito di tale dignità che ogni monaco doveva reputarsi indegno di una tale grazia. Voler diventare prete, allora, era il colmo della vanità.

Il rimedio alla “kenodoxia”, secondo Evagrio – e anche ciò ci può stupire – è la Gnosi nel suo significato di conoscenza. In effetti, non c’è niente come la conoscenza di sé che possa liberare da tante illusioni…
Chi siamo realmente? “L’uomo è come un filo d’erba: al mattino spunta, alla sera appassisce”.
Che cosa è questo mondo? “Una goccia di rugiada sull’orlo di un secchio”.

La conoscenza di sé, la conoscenza di ciò che si è, rimette l’uomo al suo giusto posto, nel suo status ontologico di creatura. “Che cos’hai tu che non abbia ricevuto?” Allora perché vantarsene invece di rendere grazie?
La Gnosi è anche la conoscenza di Dio, la conoscenza dell’Essere, ciò che, mediante il discernimento, libera dal potere di “ciò che non è”. “Gli angeli sono molto più umili degli uomini perché sono molto più intelligenti”.

La vanagloria è segno di non conoscenza, non solo di sé, ma della realtà ultima che relativizza tutte le altre realtà.
Quando, attraverso la Gnosi, veniamo liberati dal demone della “kenodoxia”, rischiamo di ritrovarci con “lupé” o “acedia”, cioè non siamo più ciò che credevamo di essere…  Sperimentare il fallimento delle proprie illusioni può essere penoso, ma è meglio questo che essere condotti poco a poco verso quella “demenza” che è “uperephania”, perché “come la luce del lampo precede il rumore del tuono, così la presenza della vanagloria annunzia l’orgoglio”.


27 marzo 2020

ACEDIA


Più triste della tristezza, “l’acedia” è quella forma particolare della pulsione di morte che introduce il disgusto e la stanchezza in tutti i nostri atti. Conduce alla disperazione, talvolta perfino al suicidio.
Nel linguaggio contemporaneo, parleremmo di depressione o di melanconia nell’accezione clinica del termine. Gli antichi Padri la chiamavano anche “il demone di mezzogiorno” e descrivevano con precisione quello stato in cui l’asceta, dopo aver conosciuto le consolazioni spirituali dell’inizio e il combattimento ardente della maturità, rimette in discussione tutto il suo cammino. È il grande dubbio: “Non avrò esagerato? A che serve tutto questo tempo passato nel deserto?” 
Non si prova più alcun piacere nella liturgia e negli esercizi spirituali e Dio appare come una proiezione dell’uomo, un fantasma, un’idea frutto di umori infantili; meglio allora lasciare la solitudine, essere utile nel mondo, fare qualcosa. Qualche volta “il demone di mezzogiorno”        inciterà l’uomo casto e sobrio a recuperare il tempo perduto nel campo della sessualità e delle bevande forti.

Anche Jung, nel suo processo di individuazione, ha descritto bene quel momento di crisi in cui l’uomo, spesso verso la quarantina, rimette in questione la sua vita. È un periodo in cui si può manifestare con violenza il ritorno di ciò che è stato represso, ma può essere anche il momento chiave di un passaggio verso una realizzazione più alta. Ai valori “dell’avere” si sostituiscono I valori “dell’essere” i quali orientano ormai la vita dell’uomo non più verso l’affermazione dell’ego ma, al contrario, verso la sua relativizzazione e la sua integrazione nell’archetipo della totalità che Jung chiama il Sé. Questo periodo è caratterizzato particolarmente da depressione. Tutti gli antichi sostegni o le antiche sicurezze vengono a mancare e niente sembra sostituire il bell’edificio crollato; se si cerca un aiuto o un conforto, ciò non fa che accrescere la disperazione e il sentimento di totale incomprensione al quale pare di essere condannati. 
I Padri del deserto raccomandano di pregare molto per quelli che sono colpiti da acedia: non si può fare altro. Consigliare il lavoro manuale non è poi di grande aiuto. Occorre tuttavia occupare la mente in mansioni semplici. Vivere il momento presente senza aspettare nulla né dal passato né dall’avvenire. “Ad ogni giorno basta la sua pena”. Al culmine dell’angoscia si tratta di tenere duro.  È il momento della fedeltà. Amare Dio non è più sentire che lo si ama, ma volerlo amare. È anche entrare nel deserto della fede. Si crede perché “si vuole” credere. I soccorsi della ragione sono come stampelle già bruciate nel fuoco della fatica e del dubbio. È il momento della maggiore libertà, in cui si può scegliere Dio o rifiutarlo.
È stato il demone  dell’acedia che si è impadronito di Giuda e di Pietro nel momento del loro tradimento? Molto probabilmente. Esso ha vinto Giuda e lo ha condotto alla disperazione e al suicidio: Giuda ha dubitato della misericordia di Dio. Pietro invece lo ha vinto in un atto di pentimento. Ha creduto che se il suo cuore lo condannava, Dio era più grande del suo cuore.
L’acedia può condurci all’inferno, nel senso che ci rinchiude in noi stessi. Non esiste più apertura o varco per l’amore. Non esiste più desiderio del desiderio dell’altro.

Di nuovo, I Padri ci ricordano che questa tentazione passerà; dura talvolta più a lungo delle altre, ma come tutto ciò che passa, passerà: non c’è dolore eterno, e colui che resiste deve sapere che questo demone non è seguito immediatamente da alcun altro; dopo la lotta subentra nell’anima uno stato di pace e una ineffabile gioia.

(tratto da "L'Esicasmo" di Jean-Yves Leloup)

17 marzo 2020

LUPE'


Ogni forma di frustrazione porta con sé un certo grado di tristezza, la “lupé”; ora, la vita cristiana è “gioia e pace nello spirito Santo”.
Se si vuole pervenire a questo stato di pace e di gioia ontologiche e non solamente psicologiche, bisognerà dunque lottare contro la tristezza e, di conseguenza, lavorare sulla frustrazione e sul “senso di vuoto interiore”. 
Essere adulto è “assumere il bisogno”, ma l’ascesi del desiderio sta più nell’orientamento di questo bisogno che nella sua non soddisfazione.
Vivere volontariamente un certo numero di frustrazioni nell’ordine materiale, ma soprattutto nell’ordine affettivo, svuoterà sempre più il monaco fino a quell’infinito che soltanto l’infinito può colmare. “Ci hai fatti per te, signore, e il nostro cuore è inquieto fin quando non riposa in te”. (Sant’Agostino).
La tristezza visita il monaco allorché la memoria gli presenta, come nuovamente desiderabili, i beni o le gioie che volontariamente egli ha lasciato. Sogna una casa, una famiglia, sogna soprattutto di essere riconosciuto e di essere amato.
Lo spazio vuoto di ciò che manca è lo spazio stesso del deserto in cui si è ritirato, ma qualche volta il vuoto lasciato da ciò che manca è troppo grande, il deserto è troppo arido; il monaco non rischia forse di perdere la propria umanità? Egli cercava la gioia ed ecco la croce. 
Quale rimedio per la sua tristezza?
Dapprima gli si chiederà di ritrovare lo “spirito di povertà”. Un ricco è qualcuno a cui tutto è dovuto; un povero è qualcuno che riceve tutto in dono. Nulla ci è dovuto! Noi potremmo non esistere. “Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?”
L’amicizia, la felicità, la gioia non ci sono dovute. Lo spirito di povertà dovrebbe rendere il monaco capace non soltanto di assumere le frustrazioni che patisce (e dunque capace di diventare adulto), ma anche di apprezzare le minime cose nella loro gratuità… un raggio di sole, un po’ di pane e di acqua… Poco a poco egli dovrebbe imparare ad accontentarsi – “desidera ciò che hai e avrai ciò che desideri” -  ma questo accontentarsi non è ancora gioia. La gioia si trova nello sperimentare in fondo all’essere che il transpersonale verso il quale il monaco ha rivolto il proprio desiderio dimora qui e ora: “Egli È” e la gioia che può dare nessuno può toglierla.
È chiaro che qui non siamo più nella sfera del sensibile, dell’affettivo o del ragionevole, ma in quella dell’ontologico. Per i Padri, solo quando si è riusciti a fissare con il desiderio la propria gioia in questo fondo ontologico, essa può sprigionarsi in modo duraturo in tutto l’individuo.
Questa gioia, allora, non dipende più dalle cose esteriori, da ciò che ci succede, dalla presenza rassicurante di un oggetto, di una persona, o da circostanze favorevoli; non è più una questione di salute o di umore, ma di fedeltà alla Presenza Increata che abita ogni uomo. È la gioia che prende dimora nel profondo dell’uomo. 
Qui siamo nel transpersonale. Questa gioia non è l’allegria o la gaiezza di un temperamento predisposto naturalmente all’ottimismo e al buon umore, ma la tranquillità profonda di chi incontra l’altro non per colmare i propri vuoti, martedì il piacere di entrare in comunione con la vita che li unisce e li trascende.



24 febbraio 2020

FILARGURIA


Non si tratta soltanto dell’avarizia, ma di ogni forma di attaccamento ad un “avere”, qualunque esso sia. 
È interessante la storia di San Giovanni Cassiano che, entrando in monastero, aveva lasciato grandi beni ma, una volta entrato, divenne incapace di separarsi dalla sua gomma per cancellare; era più forte di lui, non poteva imprestarla a nessuno!

Questo esempio chiarifica quegli attaccamenti morbosi ed irrazionali che si possono avere non soltanto nei confronti dei beni materiali, ma anche di un’idea, di un’abitudine. Vi è una sorta di identificazione con ciò che si possiede; perdere qualcosa è come perdere una parte di se stessi.

Una delle radici inconsce di questo comportamento si situerebbe allo stadio anale. Quando il bambino, identificandosi col proprio corpo, prova qualche terrore vedendolo “decomporsi” sotto forma di materie fecali; se la madre non gli è accanto per rassicurarlo e ringraziarlo “di quel gentile regalo”, potrà provarne un certo timore che lo condurrà a chiudere gli sfinteri o, al contrario, a voltolarsi nei suoi escrementi. L’educazione alla pulizia non è cosa facile e ogni uomo conserva nel suo inconscio delle tracce più o meno dolorose di quell’epoca della sua vita; esse si manifesteranno sotto forma di ossessione verso il corpo (positiva o negativa), di tensione, di stitichezza e, a livello psicologico, di contrazioni patologiche su possessi accumulati.

Gli antichi sembrano aver penetrato la radice inconscia di tutto questo quando chiedono ai loro monaci di “meditare sulla morte” * e di prendere coscienza che “tutto ciò ciò che è composto andrà un giorno in decomposizione” per diventare così liberi da ogni possesso terreno. **

Essere avaro, accumulare ricchezze, tenere per sé, significa conservare il vapore sul vetro della nostra esistenza: tutto questo non tarderà a svanire; ciò che conta è cogliere il carattere mortale di tutte le forme, ma anche il valore eterno di ciò che rimane, dell’Increato che ci abita. Per gli antichi, si tratta di scoprire ciò che per l’uomo ha veramente valore. “Lasciare l’incerto per il certo”, “vendere tutto ciò che si possiede per acquistare la perla preziosa”… 
A questo proposito, nel vangelo non mancano le parabole: “Là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore”.

Questo tesoro è transpersonale. È la vita divina in ognuno di noi. È l’amore, questo tesoro che paradossalmente “si moltiplica nella misura in cui lo spendiamo”.

Così, per i Padri, l’avarizia è una grave malattia, nel senso che impedisce in noi la sanità del cuore, ossia la generosità, la comunione e l’apertura alla vita. L’avarizia mantiene in noi la paura di amare. La “filarguria” ci priva del piacere di partecipare alla generosità e alla gratuità (grazia) divina, perché “c’è più gioia a dare che a ricevere”.

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*A me viene in mente la scena indimenticabile del film “Non ci resta che piangere” in cui compare Massimo Troisi affacciato ad una balconata; 
un monaco, di passaggio sulla strada sottostante, gli rivolge la parola dicendogli “Ricordati che devi morire!… Ricordati che devi morire!”, e Troisi risponde “mò me lo segno….” Davvero esilarante!!!
**Vedi anche il mio post “Tutto si dissolverà” 
https://enricoderrico.blogspot.com/2019/12/tutto-si-dissolvera.html

3 febbraio 2020

Sulle passioni maggiori




Con questo articolo riprendo a dedicarmi ad un argomento "spinoso e fastidioso". Le persone non amano prendere in considerazione di poter essere golose, vanitose o depresse. A me pare evidente che tutta l'umanità sia affetta dalle patologie descritte nelle passioni maggiori, affetta così profondamente da non rendersene più neanche conto.
Questo post quindi appartiene alla serie sulle passioni maggiori o sette peccati capitali.

Ecco il link per leggere l'articolo precedente sull'accidia, il quale contiene tutti gli altri collegamenti per i post inerenti all'argomento:
https://enricoderrico.blogspot.com/2013/12/laccidia.html

I Padri del deserto nel loro cammino anelavano all'unità con gli altri e con Dio. Desideravano discernere nell'uomo ciò che fa da ostacolo alla realizzazione del suo vero essere, ciò che impedisce lo sviluppo della vita dello spirito nel suo essere, nel suo pensiero e nel suo agire.

Evagrio Pontico distingue otto sintomi alla radice dei nostri comportamenti, sintomi di una malattia dello spirito o malattia dell'essere:
  1. Gastrimargia: non si tratta solo di golosità ma di ogni forma di patologia orale.
  2. Philaguria: non comprende soltanto l'avarizia ma tutte le forme di "stitichezza" dell'essere e di patologia anale.
  3. Porneia: non solo fornicazione, masturbazione ma ogni forma di ossessione sessuale, di deviazione e compensazione della pulsione genitale.
  4. Orgé: la collera, patologia dell'irascibile
  5. Lupé: depressione, tristezza e malinconia.
  6. Acedia: acedia, depressione con tendenza suicida, disperazione, pulsione di morte.
  7. Kenodoxia: vanagloria, inflazione dell'ego.
  8. Uperèphania: orgoglio, paranoia, delirio schizofrenico.
Questi otto sintomi avranno una lunga storia: da San Giovanni Cassiano fino a Gregorio il Grande il quale, nei "Moralia", sopprime l'acedia ma introduce l'inuidia (l'invidia) e dichiara la superbia "fuori gioco" come regina dei vizi, il che porta il numero a sette; così gli "otto sintomi" diverranno "i sette vizi capitali" il cui elenco venne diffuso dalla Controriforma. Il moralismo farà dimenticare poco a poco il carattere "medico" della loro analisi; all'origine questi vizi furono visti come una sorta di cancro psico-spirituale o di cancro del libero arbitrio che rode l'anima e il corpo umano e che distrugge la sua integrità. In effetti, si tratta di analizzare le loro influenze negative sulla libertà, che disorientano l'uomo e gli fanno perdere il senso della sua finalità teo-antropica. 

Nei prossimi articoli esamineremo brevemente alcune di queste patologie cercando, come in un trattato terapeutico, la causa dei sintomi e il rimedio che può essere proposto.
Questo articolo prosegue con quello sulla gastrimargia.

(questo e i successivi post sulle passioni maggiori sono in parte tratti dal libro "L'Esicasmo di Jean-Yves Leloup)

13 novembre 2013

Lupé: la tristezza

Continua dal post del 2 ottobre sulla collera.
Anche questo articolo, come i precedenti, è tratto dai testi dei coniugi Goettmann e J. Leloup



Tutte le passioni conducono alla tristezza: è il segno più eclatante del distacco dell'essere da Dio. Non si tratta di quello che chiamiamo generalmente "cattivo umore" a livello psicologico, ma di una sorta di prostrazione che domina le profondità dell'inconscio, riempiendolo di amarezza. Si tratta di un sentimento di delusione e disincanto, di una totale mancanza di speranza per l'insoddisfazione di desideri, pulsioni, ambizioni...E' un accanimento di concentrazione sul finito, che non riesce a colmare lo struggente desiderio di infinito. Una gioia infatti non potrà mai essere durevole se dipende da cose esteriori, effimere e mutevoli per definizione.

Frustrato fino allo stremo delle forze quest'uomo cade nella depressione e si chiude in un circolo vizioso. La sua tristezza è pesante, lo schiaccia fino a terra, gli impedisce la concentrazione, la preghiera e la lettura spirituale. La disperazione produce rancore e aggressività, e invade tutto il corpo.

La diagnosi di questa malattia spirituale è tanto più facile se ci poniamo di fronte a quello che è l'atteggiamento fondamentale del cristianesimo: la gioia. Vangelo significa Buona Notizia: Cristo è risorto. Secondo i Padri della Chiesa non esiste un peccato più grave dell'essere insensibili all'evento della Resurrezione. Non esiste tradimento più condannabile per un discepolo di Cristo dell'essere senza gioia. Perché essere in Cristo significa essere nella gioia: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Giovanni 15:11).
La gioia è un segno indiscutibile del progresso spirituale. "State lieti, tendete alla perfezione" (2° Corinzi 13:11). Senza gioia non c'è santità. Santa Teresa di Lisieux era solita ripetere: "Un santo triste è un triste santo!".

E infatti la gioia è il sacramento dell'amore, ne è il fiore più bello, il raggio più luminoso. Dove non c'è gioia non c'è amore. La gioia è la nostra unica vocazione, poiché è il segno di riconoscimento della verità. Siamo chiamati alla gioia: "Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto, rallegratevi!" (Filippesi 4:4). La gioia non si può definire o descrivere, nella gioia si entra e basta! Entra nella gioia del tuo maestro! (Matteo 25:21)

La tristezza è lo spossamento che deriva da tutte le passioni smodate. La gioia è dunque il segno di una purificazione dalle passioni. La gioia è i segno del definitivo distacco da se stessi. La gioia abita coloro che dicono "per me vivere è Cristo" (Filippesi 1:21) e che nella preghiera contemplano senza stancarsi il Volto dell'amato. E' una gioia che nessuno può turbare o togliere, poiché dipende solo da colui che abita le nostre profondità.

continua nel prossimo post sui vizi capitali o otto passioni maggiori

16 settembre 2013

Sull'avarizia o Filarguria

continua dal post "Lussuria"



Prosegue il nostro esame delle 8 passioni maggiori o 7 vizi capitali. Abbiamo iniziato con una lunga serie dedicata alla gola, poi siamo passati alla superbia (orgoglio e vanità), abbiamo parlato della lussuria e ora esaminiamo l'avarizia o avidità.


Non si tratta in realtà soltanto dell'avarizia ma di ogni forma di attaccamento a un "avere", qualunque esso sia. San Giovanni Cassiano racconta la storia di un monaco che entrando in monastero aveva lasciato grandi beni e che, una volta entrato, divenne incapace di separarsi da una semplice "gomma"; era più forte di lui, non poteva imprestarla a nessuno.

L'esempio chiarifica quegli attaccamenti morbosi e irrazionali che si possono avere non soltanto nei confronti di un bene materiale, ma anche di un'idea, di un'abitudine. Vi è identificazione con ciò che si pensa, si fa e si possiede; perdere qualcosa è come perdere una parte di se stessi.

Una delle radici inconsce di questo comportamento si situerebbe allo stadio anale. Quando il bambino, identificandosi con il proprio corpo, prova qualche terrore vedendolo "decomporsi" sotto forma di materie fecali, se la madre non gli è accanto per rassicurarlo e ringraziarlo di "quel gentile regalo", potrà provarne un certo timore che lo porterà a chiudere gli sfinteri o, al contrario, a voltolarsi nei suoi escrementi. L'educazione alla pulizia non è cosa facile e ogni uomo conserva nel suo inconscio delle tracce più o meno dolorose di quell'epoca della sua vita; esse si manifesteranno sotto forma di ossessione verso il corpo, di tensione, di stitichezza,
e, a livello psicologico, di contrazioni patologiche su possessi accumulati. 

Gli antichi sembrano aver penetrato la radice inconscia di tutto questo quando chiedono ai loro monaci di"meditare sulla morte" e di prendere coscienza che "tutto ciò che è composto andrà un giorno in decomposizione" per diventare così liberi da ogni possesso terreno.

Essere avaro, accumulare ricchezze, tenere per sé, significa conservare il vapore sul vetro della nostra esistenza: tutto questo non tarderà a svanire; ciò che conta è cogliere il carattere mortale di tutte le forme, ma anche il valore eterno di ciò che rimane, dell'Increato che ci abita. Per gli antichi si tratta di scoprire ciò che per l'uomo ha veramente valore. "Lasciare l'incerto per il certo", "vendere tutto ciò che si possiede per acquistare la perla preziosa" 
(Matteo 13:46)
A questo proposito, nel vangelo non mancano le parabole: "Là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore". (Matteo 6:21)

Questo tesoro è transpersonale. E' la vita divina in ognuno di noi. E' l'amore, questo tesoro che paradossalmente "si moltiplica nella misura in cui lo spendiamo". 

Così per i Padri della chiesa l'avarizia è una grave malattia, nel senso che impedisce in noi la sanità del cuore, ossia la generosità, la comunione e l'apertura alla vita. L'avarizia mantiene in noi la paura di amare. La "filarguria" ci priva del piacere di partecipare alla generosità e alla gratuità (grazia) divina, perché "c'è più gioia nel dare che nel ricevere". (Atti 20:35)

Tratto da libro "L'Esicasmo" di Jean-Ive Leloup
Continua nel prossimo post sull'Ira


26 agosto 2013

L'orgoglio

(continua dal precedente post sulla tracotanza, la vanità). 


Questo peccato capitale o passione maggiore era chiamata "ubris" dai greci (upsilon-beta-rho-jota-sigma); i loro dei punivano il genere umano quando peccava di superbia, quando si rivolgeva al cielo senza umiltà. Ritenersi simili agli dei era considerato arroganza; ora noi in realtà, dobbiamo scoprire proprio di essere simili a Dio, anzi, di essere Dio stesso, ma, come dicono le Scritture, ciò va fatto secondo delle tappe prestabilite. 

In Salmo 82:6 leggiamo "Io stesso ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell'Altissimo". "Voi siete dèi" dice il Padre, e il serpente promette alla donna, se gli darà ascolto: "...e voi sarete davvero simili a Dio" (Genesi 3:5). Dunque Adamo, l'Uomo era destinato a divenire dio, ma in Dio e attraverso Dio, non un altro dio senza Dio.





San Ireneo di Lione scrisse: 
"Bisognava che l'uomo fosse prima creato; che una volta creato crescesse; che essendo cresciuto divenisse adulto; che essendo divenuto adulto si moltiplicasse; che essendosi moltiplicato divenisse forte; che essendo divenuto forte fosse glorificato; e che, glorificato, vedesse il suo Signore". E ancora aggiunge "Come potrai essere Dio se ancora non sei stato fatto uomo? Come potrai essere compiuto se sei stato appena creato?"
Nella Bibbia è detto che Satana fece credere ai nostri progenitori di non aver alcun bisogno di queste tappe di maturazione e che avrebbero potuto conquistare da se stessi la deificazione, quindi per se stessi godere e trarre frutto dalla somiglianza: sarebbe stato sufficiente mangiare del frutto dell'albero, quello al quale Dio non aveva ancora permesso l'accesso perché il tempo non era ancora venuto. 

E' per orgoglio che mi distolgo da Dio quando penso e agisco unicamente secondo il mio piacere. L'orgoglioso vuole esistere senza Dio, vuole impossessarsi dei doni e degli attributi divini e servirsene indipendentemente da Dio. Ma senza Dio, separato dal suo creatore, l'uomo non ha la capacità di divenire uomo; satana lo sapeva. Fuori da Dio è la morte: Dio chiama alla vita, distogliersi da lui significa incamminarsi verso la morte.   


Così come avviene per la vanità, l'orgoglio prende due direzioni: l'orgoglioso cerca di elevarsi e si mette sia al di sopra del fratello, sia al di sopra di Dio. Orgoglio e vanità sono quelle passioni che si fecondano continuamente: la vanità apre la porta all'orgoglio, e l'orgoglio cerca la vanità. Queste due passioni hanno molti punti in comune; la differenza è che non si cerca più lo sguardo dell'altro, ma ci si stima, ci si sovrastima, si è soddisfatti di se stessi fino all'adorazione di sé, l'autolatria. Ci si crede molto intelligenti, molto dotati, molto belli, molto ricchi, con una posizione sociale molto buona, e questo "molto" diventerà "il più" al posto di Dio; ma la scrittura di 1° Corinti 4:7 dice: "Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" 


L'orgoglioso è come ipnotizzato da se stesso, vive in un mondo chiuso e vede suo fratello solo per disprezzarlo. Oppure l'altro esiste solo come sgabello per elevarsi ancora di più; l'altro è una cosa e, se oppone resistenza, allora diventa oggetto di collera, di aggressività, di odio e ogni vera relazione diventa impossibile. L'orgoglioso non perdona l'offesa, al contrario, calpesta l'altro e si arroga il diritto di giudicarlo, mentre Dio solo può conoscere i nostri pensieri e sondare il nostro cuore.

Posseduto dalla passione, l'orgoglioso è arrogante, ostenta il suo sapere, è infatuato e sicuro di sé. L'orgoglio lo priva della capacità di ascoltare, ha sempre ragione, non può sbagliarsi, rifiuta di mettersi in discussione, si giustifica per non cadere dal suo piedistallo.

Quando cediamo all'orgoglio siamo pieni di follia, chiudiamo gli occhi all'evidenza e gli orecchi alla verità, deliriamo. L'orgoglio di uno solo può voler distruggere una razza, una nazione, può mettere i popoli gli uni contro gli altri, portare al genocidio e alle rivoluzioni; ma può diventare anche orgoglio collettivo: la storia della torre di Babele, nel libro di Genesi è proprio un simbolo di orgoglio collettivo: "Suvvia, edifichiamoci una città e anche una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome celebre..." (Genesi 11:4)        


L'unico antidoto all'orgoglio è l'umiltà,fonte di ogni bene e fondamento della vita. Ecco perché lo scopo dell'ascesi è quello di frantumare l'orgoglio e di fare dell'umiltà la nuova terra dell'uomo.

Ma dell'umiltà continueremo a parlare in un prossimo articolo dal titolo "Essere niente".

Enrico D'Errico                                               

25 agosto 2013

Sulla tracotanza

questo post fa seguito ai cinque dedicati alla gola, pubblicati nelle settimane precedenti.

La tracotanza o superbia, è un altro dei peccati tenuti in gran considerazione dai padri della chiesa e da loro descritta nei testi della Filocalia. Personalmente mi sono avvicinato ad essa passando prima dalla lettura di un altro libro prezioso, "I racconti di un pellegrino russo"; poi, come già vi dissi, ho letto alcuni libri di J. Y. Leloup e dei coniugi Goettmann, e da quest'ultimi ho tratto alcuni brani.
In realtà il peccato della superbia è compreso nei "sette vizi capitali" della chiesa d'occidente, mentre nelle "otto passioni maggiori" della chiesa d'oriente si parla di "vanagloria" e "orgoglio": a queste due passioni sono dedicati questo post e i successivi.

La vanità o vanagloria ("cenodossia" in alcuni testi dei padri della chiesa) è il desiderio di essere visti o di farsi vedere. La letteratura patristica sostiene che il sentimento di vanità accompagna come un'ombra il progresso spirituale. Secondo Giovanni Cassiano è una reazione interiore , impercettibile e nascosta, che sfugge al controllo della nostra volontà; si maschera sotto infinite spoglie e si impadronisce di tutto, anche delle buone azioni. E' un bisogno insano di essere riconosciuti e lodati per ciò che si fa. L'ego pretende di essere sempre al centro di tutto, in ogni momento, punto di attrazione dell'attenzione di tutti. La persona vanitosa ama compiacersi del proprio aspetto, della propria voce, dei propri discorsi, delle proprie qualità, del proprio sapere...
Spesso è stizzito e infastidito dal fatto che gli altri non si accorgano per primi delle sue "straordinarie" doti.
Il vanaglorioso ama essere guardato e si placa solo quando percepisce l'ammirazione degli altri. Fa della propria vita una rappresentazione teatrale. Il suo io non è mai nudo, ma sempre protetto da una maschera, diversa a seconda delle occasioni. E questo, secondo i padri della chiesa, uccide a poco a poco la vitalità della persona, perché la recita è sempre una grande fatica per l'attore in questione.


H. Bosch (1450-1516) I sette peccati capitali
(Particolare: la superbia)


L'ego prende il posto di Dio.
Il vanitoso, in genere, ama la convivialità, perché il proprio narcisismo ha continuamente bisogno di specchiarsi negli altri per ricevere conferme. E sovente il vanitoso si circonda di persone che sono come lui, perché il vanitoso ha paura della diversità.
Tuttavia, quando incontra qualcuno che lo pone di fronte alla verità di se stesso, il vanitoso sente sbriciolarsi le proprie maschere e reagisce evitando le relazioni. Diventa arrogante, aggressivo, geloso e impacciato: l'unica via d'uscita è la fuga.

Il grande rimedio della vanità è di volgere lo sguardo da se stessi a Cristo e di fissare il suo volto a lungo e intensamente: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Galati 2:20). Lo scopo della Preghiera di Gesù è proprio quello di aiutarci a ritrovare il nostro centro in Cristo. Quando preghiamo non cerchiamo più lo sguardo degli altri su di noi, ma ci lasciamo guardare da Cristo. Restiamo in attesa perché tutto ci viene da lui: "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?" (1° Corinti 4:7).
Il vanitoso impara a capire che le sue doti e le sue qualità non sono sue e quindi degne di ammirazione, sono solo dono di Dio, un regalo di cui essere solo grati. Così si libera l'uomo interiore. Quando si accorge di essere oggetto delle attenzioni premurose e continue del Signore, l'individuo non ha più bisogno di riconoscimenti esteriori.

Enrico D'Errico


continua nel prossimo post dedicato all'orgoglio

                                                                                       

24 agosto 2013

Orizzontale e verticale

Uno degli argomenti che più mi ha entusiasmato nell'ultima settimana riguarda le otto passioni maggiori o, come dice la chiesa occidentale, i sette peccati o vizi capitali.
Ho dedicato al tema del cibo, della gola, gli ultimi 5 articoli e credo che nei prossimi post esaminerò anche le altre passioni, a cominciare dalla vanità e l'orgoglio.

Ho avuto modo di ripensare al periodo in cui lessi gli scritti dei padri della chiesa e alcuni testi di scrittori contemporanei; ricordo che quando mi resi conto che quelle caratteristiche di cui si parlava mi riguardavano un po' tutte rimasi molto colpito. In genere nella falsa immagine che ci costruiamo di noi stessi nessuno comprende aspetti come  l'orgoglio, la lussuria o la gola. Eppure, nella misura in cui siamo lontani dal Padre e quindi identificati con la personalità, quelle caratteristiche carnali ci appartengono tutte; quando poi, con un lavoro di osservazione di sé usciamo sempre più dalla personalità, dalla coscienza di mondo per entrare in quella del Regno, quelle caratteristiche vengono sublimate e, ad esempio, la relazione sessuale non ha più i connotati di voracità e soddisfazione di istinti materiali, ma assume sempre più sacralità e di offerta all'altro di sé; stessa cosa per l'aspetto del cibo: se prima era soprattutto una brama della gola, dei sensi, poi rappresenta invece un momento magico in cui accettare nel corpo alimenti dotati di energia cosmica che sono stati preparati per noi nei laboratori divini.

Credo che qui, come in ogni aspetto della vita, possano essere fatti due tipi di lavoro: uno orizzontale e uno verticale. 
Nel primo prendo in esame ogni singolo peccato e, riconoscendomi in pieno nelle descrizione dei santi e dei padri della chiesa, esercito uno sforzo particolare per trattenermi da determinate azioni, mi pento e mi concentro nella preghiera. Nel secondo approccio osservo soprattutto i miei corpi e comincio ad identificarmi sempre più con colui che osserva; a poco a poco questo sforzo costante porta luce su tutto contemporaneamente e la grazia divina si fa strada in me, sempre più consapevole di essere anima e non corpo che pecca in numerosi modi; quando avviene questo, l'individuo è così pieno di gioia, così nutrito dal Padre che non sente più il bisogno di colmare la fame di Dio con le azioni corrispondenti alle passioni descritte nella Filocalia.

La visione orizzontale ci obbliga a lavorare su un aspetto alla volta e con sforzi terribili, il che spesso non fa altro che rafforzare ciò che cerchiamo di evitare; quella verticale non considera sbagliata nessuna strada, non ci colpevolizza e ci permette di amare e accogliere senza giudizio anche le azioni più turpi che abbiamo l'abitudine di compiere. 

Quello del giudizio è forse l'aspetto più importante: nel primo caso giudico negativamente il mio operato, mentre nel secondo non lo giudico affatto.
L'alchemizzazione delle passioni è sicuramente il modo più intelligente ed efficace per guarire da ciò quelle che sono state definite "le malattie dell'anima".

Enrico D'Errico