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24 febbraio 2020

FILARGURIA


Non si tratta soltanto dell’avarizia, ma di ogni forma di attaccamento ad un “avere”, qualunque esso sia. 
È interessante la storia di San Giovanni Cassiano che, entrando in monastero, aveva lasciato grandi beni ma, una volta entrato, divenne incapace di separarsi dalla sua gomma per cancellare; era più forte di lui, non poteva imprestarla a nessuno!

Questo esempio chiarifica quegli attaccamenti morbosi ed irrazionali che si possono avere non soltanto nei confronti dei beni materiali, ma anche di un’idea, di un’abitudine. Vi è una sorta di identificazione con ciò che si possiede; perdere qualcosa è come perdere una parte di se stessi.

Una delle radici inconsce di questo comportamento si situerebbe allo stadio anale. Quando il bambino, identificandosi col proprio corpo, prova qualche terrore vedendolo “decomporsi” sotto forma di materie fecali; se la madre non gli è accanto per rassicurarlo e ringraziarlo “di quel gentile regalo”, potrà provarne un certo timore che lo condurrà a chiudere gli sfinteri o, al contrario, a voltolarsi nei suoi escrementi. L’educazione alla pulizia non è cosa facile e ogni uomo conserva nel suo inconscio delle tracce più o meno dolorose di quell’epoca della sua vita; esse si manifesteranno sotto forma di ossessione verso il corpo (positiva o negativa), di tensione, di stitichezza e, a livello psicologico, di contrazioni patologiche su possessi accumulati.

Gli antichi sembrano aver penetrato la radice inconscia di tutto questo quando chiedono ai loro monaci di “meditare sulla morte” * e di prendere coscienza che “tutto ciò ciò che è composto andrà un giorno in decomposizione” per diventare così liberi da ogni possesso terreno. **

Essere avaro, accumulare ricchezze, tenere per sé, significa conservare il vapore sul vetro della nostra esistenza: tutto questo non tarderà a svanire; ciò che conta è cogliere il carattere mortale di tutte le forme, ma anche il valore eterno di ciò che rimane, dell’Increato che ci abita. Per gli antichi, si tratta di scoprire ciò che per l’uomo ha veramente valore. “Lasciare l’incerto per il certo”, “vendere tutto ciò che si possiede per acquistare la perla preziosa”… 
A questo proposito, nel vangelo non mancano le parabole: “Là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore”.

Questo tesoro è transpersonale. È la vita divina in ognuno di noi. È l’amore, questo tesoro che paradossalmente “si moltiplica nella misura in cui lo spendiamo”.

Così, per i Padri, l’avarizia è una grave malattia, nel senso che impedisce in noi la sanità del cuore, ossia la generosità, la comunione e l’apertura alla vita. L’avarizia mantiene in noi la paura di amare. La “filarguria” ci priva del piacere di partecipare alla generosità e alla gratuità (grazia) divina, perché “c’è più gioia a dare che a ricevere”.

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*A me viene in mente la scena indimenticabile del film “Non ci resta che piangere” in cui compare Massimo Troisi affacciato ad una balconata; 
un monaco, di passaggio sulla strada sottostante, gli rivolge la parola dicendogli “Ricordati che devi morire!… Ricordati che devi morire!”, e Troisi risponde “mò me lo segno….” Davvero esilarante!!!
**Vedi anche il mio post “Tutto si dissolverà” 
https://enricoderrico.blogspot.com/2019/12/tutto-si-dissolvera.html

22 novembre 2013

Perché dovrei affliggermi ora (3)

continua dal post del 8 ottobre.
Questa è una trascrizione di un discorso tenuto a Poona da Osho Rajneesh nel 1976: "Perché dovrei affliggermi ora?"


Questa è la storia della mente umana e di come è fatta. Tu crei intorno a te un mondo di illusioni. Continui ad attaccarti a cose che non verranno con te, dopo la tua morte. Continui a identificarti con cose che ti verranno portate via.
Per questo gli hindu definiscono "illusione" il mondo: con la parola mondo non intendono il mondo in sé, ma semplicemente il mondo che tu ti sei creato nel sonno. Quel mondo è "maya", illusione. E' un mondo di sogno.

Chi è "tua moglie"? L'idea stessa è folle! Chi è "tuo marito"? Chi è "tuo figlio"? Essi non ti appartengono, nessuno può essere una tua proprietà. Neppure tu appartieni a te stesso, come può appartenerti qualcun altro? Non possiedi nemmeno te stesso, non lo hai notato? Anche tu appartieni a un'esistenza sconosciuta di cui non hai ancora penetrato il mistero.

Scendendo sempre più in profondità in te stesso, arriverai a un punto in cui perfino il "sé" scomparirà. Esisterà solo una dimensione di non sé, se preferisci lo puoi chiamare il Sè supremo. Cambia solo il linguaggio, la terminologia.

Non hai mai visto sorgere dal profondo di te stesso cose che non ti appartengono? I tuoi desideri non ti appartengono, né ti appartengono i tuoi pensieri. Neppure la tua consapevolezza è una tua creazione, ti è stata data, è un dato di fatto. Non sei tu che la crei, come potresti?

All'improvviso ti trovi a esistere... accade tutto per magia. Tu sei sempre nel mezzo, non conosci l'inizio. L'inizio non ti appartiene, né ti appartiene la fine. Solo nel mezzo puoi creare qualcosa, puoi continuare a creare dei sogni. Ed è così che l'uomo diventa accidentale.

Stai attento! Cerca di essere sempre più essenziale e sempre meno accidentale. Ricordati sempre che solo ciò che è eterno è vero, solo ciò che esiste da sempre e per sempre è verità. Tutto ciò che è momentaneo è falso. Ciò che è momentaneo deve solo essere osservato, non ci si deve identificare.

Ho letto un bellissimo aneddoto: un vecchio irlandese aveva appena lasciato la sua stanza d'albergo, ma era quasi arrivato alla fermata dell'autobus, quando si accorse di aver dimenticato l'ombrello nella stanza. Nel frattempo, però, la stanza era già stata affittata a una coppia di sposini. L'uomo salì comunque, ma non volendo essere importuno, si inginocchiò fuori dalla porta e si mise a origliare dal buco della serratura, per vedere cosa stessero facendo i due novelli sposi.
"Di chi sono questi occhi adorabili, mia cara?" sentì chiedere da una voce maschile. "Sono tuoi, amore mio," rispose una voce di donna. "E di chi è questo bel nasino?" proseguì l'uomo, con voce sempre più seducente. "E' tutto tuo, amore," rispose la donna. "E di chi sono queste labbra meravigliose?" continuò l'uomo. "Sono solo tue!" sospirò la donna. "E di chi è..." ma a quel punto l'irlandese non riuscì più a trattenersi. Appoggiò le labbra al buco della serratura e gridò: "Quando arrivate a un ombrello a quadri gialli, ricordatevi che quello è mio!"

Questo gioco del "mio" è il gioco più assurdo che esista, ma purtroppo la vita si riduce tutta a questo gioco. Questa terra esisteva ben prima che ti ci arrivassi, e sarà ancora qui quando tu te ne sarai andato. I diamanti che possiedi erano qui ben prima che arrivassi tu, e quando te ne sarai andato quei diamanti resteranno qui, e non ti ricorderanno neppure. Nemmeno lo sanno che sei tu a possederli.
Questo gioco del possesso è il gioco più stupido che esista, è il gioco più folle che si possa fare, ma è anche il solo gioco che fanno tutti.

Gurdjieff diceva che se inizi a non essere identificato con le cose, prima o poi incontrerai il tuo essere essenziale. Questo è il vero significato della rinuncia. La rinuncia, o la scelta del sannyas, non significano rinunciare al mondo e salire sull'Himalaya o in un monastero, non cambia nulla. Porterai con te la stessa vecchia mente.

Qui nel mondo avevi la tua casa, tua moglie; là avrai il tuo monastero, la tua religione. Non farà molta differenza. Il concetto di "mio" persiste. 
E' un'attitudine mentale, non ha nulla a che vedere con luoghi e spazi esterni. E' un'illusione interiore, un sogno interiore, un sonno interiore.

"Rinuncia" significa che ovunque tu sia, non hai bisogno di rinunciare a qualcosa, perché, di fondo, nulla è mai stato tuo! E' folle parlare di rinuncia. Questo presupporrebbe che tu prima abbia posseduto delle cose a cui ora rinunci. Ma come puoi rinunciare a qualcosa che non hai mai posseduto?

"Rinunciare" per me significa arrivare a capire che non puoi possedere nulla, in realtà. Al massimo puoi usare le cose, ma non le puoi possedere. Non sarai qui per sempre, come puoi possedere qualcosa? E' semplicemente impossibile. Puoi usare le cose e provare gratitudine perché ti è possibile farlo. Esse saranno degli strumenti ma non le potrai mai possedere.
Rinunciare all'idea del possesso è la vera rinuncia. Rinunciare non significa abbandonare i tuoi possessi, ma la tua possessività. Ed è questo che Gurdjieff definisce "disidentificarsi". E' questo che i mistici baul chiamano la realizzazione dell'Adhar manus, dell'uomo essenziale. Ed è questo che lo Zen definisce "il volto originale".

Esiste una storiella taoista molto famosa, che io amo immensamente. Narra di un vecchio contadino taoista a cui era scappato il cavallo. Quella sera i suoi vicini di casa andarono a trovarlo, per consolarlo della sua malasorte. Egli disse solo: "Forse". Il giorno dopo il cavallo tornò a casa, tirandosi dietro sei puledri selvaggi, al che i vicini tornarono per felicitarsi della sua buona sorte. Egli disse solo "Forse". Il giorno seguente suo figlio, mentre tentava di cavalcare uno dei puledri selvaggi, per domarlo, fu gettato a terra e si spezzò una gamba. Di nuovo, i vicini tornarono, per consolarlo della sua sfortuna. Egli disse solo "Forse". Il giorno dopo giunsero al villaggio degli ufficiali in cerca di giovani da arruolare nell'esercito, ma il figlio del contadino, a causa della gamba rotta, fu scartato. Quando i vicino tornarono un'altra volta, per dirgli come, dopo tutto, era fortunato, egli disse solo: "Forse".

continua in Perché dovrei affliggermi ora? (4)

21 settembre 2013

Perché dovrei affliggermi ora? (1)

Se state seguendo i miei post vi sarete accorti che, oltre a quelli con argomento libero, sto portando avanti con regolarità articoli in cui tratto dei vizi capitali, della nutrizione dal punto di vista del maestro Aivanhov, e del romanzo Walden di Thoreau; da oggi ho voglia di aggiungere anche trascrizioni di un discorso tenuto a Poona da Osho Rajneesh nel 1976: "Perché dovrei affliggermi ora?"
A me pare sia una delle cose più belle che siano state scritte sul sonno della coscienza.
Che buon pro vi faccia!


Tung Men Wu, vissuto a Wei, non si afflisse quando il figlio morì. Sua moglie gli disse: "Nessuno al mondo amava il proprio figlio quanto te, perché non ti affliggi, ora che è morto?" Egli rispose: "Non avevo figli, e quando non ne avevo, non mi affliggevo. Ora che è morto tutto è come prima, quando non avevo alcun figlio. Perché dovrei affliggermi ora?"


La verità religiosa più essenziale è che l'uomo è addormentato; non in senso fisico, bensì metafisico; non in apparenza, ma in profondità. L'uomo trascorre la propria vita in un profondo stato di torpore. Lavora, si muove, pensa, immagina, sogna, ma questo sonno costituisce il continuo substrato della sua vita.

Sono molto rari i momenti in cui ti senti realmente sveglio, e si possono contare sulla punta delle dita di una mano. Se in settant'anni hai vissuto sette soli istanti di risveglio, è già molto.

L'uomo vive come un robot: meccanicamente efficiente ma senza consapevolezza. Questo è il vero problema: tutti gli altri problemi, per quanti possano essere, sono solo una conseguenza del suo sonno.

E' molto importante comprendere in che cosa consiste questo sonno, perché lo zen è uno sforzo per diventare attenti e svegli. Ogni religione non è altro che questo: uno sforzo per diventare più coscienti, più consapevoli, per introdurre un'attenzione, più consapevolezza nella tua vita.

Tutte le religioni del mondo, in un modo o nell'altro, sottolineano il fatto che questo sonno consiste in una profonda identificazione, ovvero nell'attaccamento.

La vita dell'uomo possiede due livelli: uno è quello essenziale, l'altro è quello accidentale. L'essenziale non è mai nato e mai morirà. L'accidentale nasce, vive e muore. 

L'essenziale è esterno, al di fuori del tempo; l'accidentale è soltanto casuale. Noi ci attacchiamo troppo al casuale e tendiamo a dimenticare l'essenziale.

Qualcuno si attacca troppo al denaro, e il denaro è accidentale; non ha niente a che vedere con l'essenza della vita. Qualcuno si attacca troppo alla casa, o all'automobile, o alla moglie, al marito, ai figli, alle relazioni... ma le relazioni appartengono tutte al piano accidentale, non hanno nulla di essenziale, non è quello il tuo vero essere. E, in questo secolo, questo problema è diventato molto grave.

Qualcuno ha definito il ventesimo secolo "il secolo accidentale", e ha ragione. La gente vive una vita troppo identificata con ciò che non è essenziale: denaro, potere, prestigio, rispettabilità. Quando ve ne andrete, dovrete lasciare tutto alle spalle: perfino Alessandro Magno se ne è dovuto andare a mani vuote.
Un grande mistico morì. Appena giunto in paradiso chiese a Dio: "Perché Gesù non è nato nel ventesimo secolo?" Dio scoppiò a ridere e disse: "Impossibile! Dove si sarebbero potuti trovare tre uomini saggi come i re magi? E una vergine?"
Il ventesimo secolo è l'epoca più accidentale: a poco a poco l'uomo si è attaccato sempre di più al concetto di "me" e di "mio", è diventato possessivo. E ha completamente perso di vista il proprio essere; ha smarrito completamente l'io.

Il "mio" è diventato più importante, ha assunto un grande rilievo, e quando questo accade, significa che ti stai attaccando all'accidentale. Quando invece l'io rimane sul trono e "me" e "miei" restano semplicemente dei servitori, allora tu sei il padrone, non sei più uno schiavo e vivi in un modo completamente diverso.

Questo è ciò che lo zen definisce "il volto originale dell'uomo", allorché esiste il puro "io": questo "io" non ha niente a che vedere con l'ego. L'ego non è altro che il centro di tutti i tuoi possessi non essenziali. L'ego non è altro che l'accumularsi del "mio": la mia casa, la mia macchina, il mio prestigio, la mia religione, il mio retaggio, le mie tradizioni. Tutti questi "me" e "miei" continuano ad accumularsi e si cristallizzano in forma di ego. Quando uso al parola "io", lo faccio in senso assolutamente non egoico: "io" indica il tuo vero essere, il tuo vero volto.

Lo zen dice: "Trova il tuo vero volto, il volto che avevi prima di nascere. Scopri il volto che tornerai ad avere quando sarai morto". Tra la nascita e la morte, qualsiasi pensi sia il tuo volto, esso è accidentale. Lo hai visto in uno specchio, non l'hai percepito dall'interno, lo hai cercato all'esterno.
Conosci il tuo volto originale? No, tu conosci solo la faccia che il tuo specchio ti mostra, e tutte le tue relazioni sono solo degli specchi.

Il marito dice alla moglie: "Sei bellissima!" e lei comincia a pensare di essere bella. Qualcuno inizia a lusingarti: "Sei molto saggio, intelligente, sei un genio", e tu cominci a crederlo. Oppure qualcuno ti critica, ti odia, è in collera con te. Tu non accetti quello che dice, tuttavia anche questo penetra nel profondo del tuo inconscio. Da qui scaturisce l'ambiguità dell'uomo. Qualcuno ti dice che sei bellissimo, qualcun altro dice che sei orribile: che fare? Uno specchio ti dice che sei saggio, un altro che sei un idiota: che fare? E tu dipendi interamente dagli specchi esterni, ed entrambi sono degli specchi.

Lo specchio che dice che sei un idiota potrà non piacerti, ma lo ha detto, ha compiuto la sua opera. Puoi anche rimuoverlo ed evitare che affiori nella tua consapevolezza, ma nel tuo inconscio rimane il fatto che qualcuno ha detto che sei un idiota.
Tu credi agli specchi, per cui sarà sempre diviso, perché gli specchi sono molti e ognuno fa le proprie proiezioni. Qualcuno ti definisce saggio, non perché tu lo sia, ma perché è nel suo interesse. Qualcuno ti definisce un idiota, non perché tu lo sia, ma perché fa su di te una particolare proiezione. Queste persone rivelano semplicemente le loro simpatie e le loro antipatie, non stanno dicendo nulla di te. Forse dicono qualcosa su se stessi, ma non di certo su di te, perché nessuno specchio può mostrarti chi sei.

Uno specchio può solo riflettere la superficie, la tua pelle. Ma tu non sei la tua pelle, sei un fenomeno molto più profondo. Tu non sei il tuo corpo: oggi il corpo è giovane, domani è già vecchio...un giorno gode di ottima salute, un altro è zoppo e paralitico. Stamane pulsavi di vita, domani la tua vita se ne è andata...ma tu non sei la tua periferia! Sei il tuo centro! L'uomo accidentale vive alla periferia, l'uomo essenziale vive al suo centro: su questo si fonda l'intera ricerca.

...continua in "Perché dovrei affliggermi ora?" (2)

Enrico D'Errico


16 settembre 2013

Sull'avarizia o Filarguria

continua dal post "Lussuria"



Prosegue il nostro esame delle 8 passioni maggiori o 7 vizi capitali. Abbiamo iniziato con una lunga serie dedicata alla gola, poi siamo passati alla superbia (orgoglio e vanità), abbiamo parlato della lussuria e ora esaminiamo l'avarizia o avidità.


Non si tratta in realtà soltanto dell'avarizia ma di ogni forma di attaccamento a un "avere", qualunque esso sia. San Giovanni Cassiano racconta la storia di un monaco che entrando in monastero aveva lasciato grandi beni e che, una volta entrato, divenne incapace di separarsi da una semplice "gomma"; era più forte di lui, non poteva imprestarla a nessuno.

L'esempio chiarifica quegli attaccamenti morbosi e irrazionali che si possono avere non soltanto nei confronti di un bene materiale, ma anche di un'idea, di un'abitudine. Vi è identificazione con ciò che si pensa, si fa e si possiede; perdere qualcosa è come perdere una parte di se stessi.

Una delle radici inconsce di questo comportamento si situerebbe allo stadio anale. Quando il bambino, identificandosi con il proprio corpo, prova qualche terrore vedendolo "decomporsi" sotto forma di materie fecali, se la madre non gli è accanto per rassicurarlo e ringraziarlo di "quel gentile regalo", potrà provarne un certo timore che lo porterà a chiudere gli sfinteri o, al contrario, a voltolarsi nei suoi escrementi. L'educazione alla pulizia non è cosa facile e ogni uomo conserva nel suo inconscio delle tracce più o meno dolorose di quell'epoca della sua vita; esse si manifesteranno sotto forma di ossessione verso il corpo, di tensione, di stitichezza,
e, a livello psicologico, di contrazioni patologiche su possessi accumulati. 

Gli antichi sembrano aver penetrato la radice inconscia di tutto questo quando chiedono ai loro monaci di"meditare sulla morte" e di prendere coscienza che "tutto ciò che è composto andrà un giorno in decomposizione" per diventare così liberi da ogni possesso terreno.

Essere avaro, accumulare ricchezze, tenere per sé, significa conservare il vapore sul vetro della nostra esistenza: tutto questo non tarderà a svanire; ciò che conta è cogliere il carattere mortale di tutte le forme, ma anche il valore eterno di ciò che rimane, dell'Increato che ci abita. Per gli antichi si tratta di scoprire ciò che per l'uomo ha veramente valore. "Lasciare l'incerto per il certo", "vendere tutto ciò che si possiede per acquistare la perla preziosa" 
(Matteo 13:46)
A questo proposito, nel vangelo non mancano le parabole: "Là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore". (Matteo 6:21)

Questo tesoro è transpersonale. E' la vita divina in ognuno di noi. E' l'amore, questo tesoro che paradossalmente "si moltiplica nella misura in cui lo spendiamo". 

Così per i Padri della chiesa l'avarizia è una grave malattia, nel senso che impedisce in noi la sanità del cuore, ossia la generosità, la comunione e l'apertura alla vita. L'avarizia mantiene in noi la paura di amare. La "filarguria" ci priva del piacere di partecipare alla generosità e alla gratuità (grazia) divina, perché "c'è più gioia nel dare che nel ricevere". (Atti 20:35)

Tratto da libro "L'Esicasmo" di Jean-Ive Leloup
Continua nel prossimo post sull'Ira


30 agosto 2013

Essere niente

continua dal precedente post sull'orgoglio.

Questo articolo è tratto dal libro "Le malattie dell'anima" di  Alphonse e Rachel Goettmann.

Molti santi e padri della chiesa ebbero spesso a dire che la loro gioia più grande era "essere niente". Sembra evidente che ciò si riferisce al completo annullamento della loro personalità, della identificazione con i corpi. Sentivano di essere anima, di far parte dell'Uno, di essere uno strumento nelle mani di Dio.

Nel vangelo di Marco, al capitolo 8 versetti 34 e 35 Gesù ci dice: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua di continuo. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e della buona notizia, la salverà".

Rinunciare a se stessi, rinnegarsi, essere niente, ecco dei termini che disgustano e umiliano l'uomo del nostro tempo; ma respingere questo appello di Cristo significa rinnegarlo. Potrebbe forse Cristo voler umiliare colui per il quale ha donato la sua vita? L'umile è lieto di essere "niente". E questa gioia, questo niente, è la gioia di sapersi, per pura bontà di Dio, amico degli uomini e "co-eredi di Cristo".

Essere niente non costituisce né un fine né un ideale in sé, ma è rinunciare alla volontà della personalità e rinnegare le esigenze dell'ego per seguire Gesù; è mettere l'ego in croce....Seguire Cristo è uscire dalla prigione delle passioni e dalle loro conseguenze mortali. Cristo ci invita molto semplicemente a vivere come lui; non sappiamo più cosa significa vivere ma egli ce lo insegna: "Imparate da me!" (Matteo 11:29).

Invece di essere invischiati in questo mondo, schiavi delle passioni, Gesù ci introduce alla vita divina: ci dice che si può essere nel mondo senza essere del mondo (Giovanni 17:14-16), che esiste una maniera di vivere totalmente libera e non condizionata, che anche nelle situazioni peggiori l'uomo può vivere una suprema felicità e persino l'impossibile diventa possibile.

Non possiamo accedere alla beatitudine con le nostre sole forze; l'esperienza che abbiamo della felicità ci permette di comprenderla ma l'umiltà è comune a Dio e all'uomo.

  "L'umiltà ci è co-naturale e l'abbiamo in comune con tutti coloro che vivono sulla terra, fatti di terra alla quale ritornano. Se dunque imiti Dio in ciò che è conforme alla tua natura e non supera le tue risorse, tu rivesti come di un abito la felice forma di Dio"
     San Gregorio di Nissa




Noi intuiamo che felicità e umiltà costituiscono un unico e medesimo tragitto, una stessa dinamica, un medesimo movimento il cui "Cammino" è il Signore Gesù Cristo.


                                                         Enrico D'Errico

continua nel prossimo post sulla lussuria



13 agosto 2013

Dell'attaccamento e altre perigliose manie

La scorsa notte, tra le zanzare che si nutrivano famelicamente col mio sangue e i motociclisti che sfrecciavano allegramente sulla Cristoforo Colombo, proprio non mi riusciva di dormire.
Allora, ripensando all'episodio della chitarra (vedi il post del 2 agosto) e a Clara (vedi il post del 9 agosto) ho pensato che il sottoscritto, per quanto riguarda l'attaccamento, ha materiale da vendere, tanto che, a volersene "approfittare", potrei scriverci sei o sette post!
Tu sei mia!
Per quelli fra voi che ancora forse hanno bisogno che spieghi cosa sia l'attaccamento, dirò che è una delle malattie più dannose e difficilmente curabili che affligge l'uomo; il malato in questione ha l'abitudine di legarsi in maniera morbosa a cose e persone al punto che la perdita di qualche bene da lui considerato irrinunciabile gli provoca dolori lancinanti e che si protraggono nel tempo.

Il senso del possesso ha, nella prima parte della nostra vita, lo scopo di sviluppare al meglio la nostra personalità, di strutturare bene i nostri corpi; ma se una persona, all'età di trent'anni, quando viene lasciato dalla fidanzata si comporta ancora piangendo e disperandosi come quando da piccolo gli rubavano le automobiline, ecco che si palesano evidenti i segni della patologia suddetta.
Gli esseri umani hanno il brutto vizio di identificarsi moltissimo con cose e persone e quando qualcosa va storto, sembra che sia stata strappata qualcosa dal  loro stesso corpo..... si sentono devastati.

E proprio questo fu il modo in cui mi sentii quando fui lasciato dalla mia prima moglie: mi sembrava che mi mancasse un organo vitale! Una cosa però ricordo altrettanto bene: il dolore fu fortissimo ma sentii anche chiaramente che il Padre si prendeva cura di me, mi "accarezzava il capo" come per consolarmi. 
Fu una delle prime volte che compresi che l'esistenza è costretta ad usare maniere molto forti per farti uscire dall'attaccamento, ma che al tempo stesso è amorevole e misericordiosa. 

Nello stesso periodo fu utilizzata un'altra sorta di rimedio per guarirmi dalla temibilissima malattia: il furto.

Avevo lasciato incautamente il mio gommone sulla spiaggia: nell'arco di un paio di notti sparì. 
Ma il rimedio del furto mi è stato somministrato molte volte nell'arco della vita; sono stato visitato spesso dai ladri sia in casa che in automobile, e molte volte sono stato truffato. Le ultime due volte sono ancora fresche e me le ricordo bene.
Un giorno un gruppo di africani mi propose un affare che mi sembrava allettante; dopo un po' capii che era una truffa ma nel frattempo mi avevano già spillato alcune migliaia di euro!
In un'altra occasione una persona dall'aspetto "tanto rispettabile" si offrì per farmi da mediatore nella vendita di una proprietà che  avevo acquistato in Liguria; fu molto abile nel portare avanti la trattativa e ad un certo punto mi disse che stava per concludere l'affare con un cliente e che la cifra pattuita era molto buona, ma disse che, visto che nel frattempo aveva dovuto sostenere molte spese, avrei dovuto anticipargli del denaro. Non esitai a consegnarglielo e fui anche tanto stupido da fargli vedere dove conservavo i soldi. Il giorno dopo lui venne da me e mi portò da assaggiare delle marmellate artigianali; da un certo punto di vista artigianali lo erano nel senso che il malandrino aveva personalmente aggiunto del Roipnol, un potente sonnifero, in dose massiccia! Mi addormentai profondamente e lui mi alleggerì dei soldi rimasti nel nascondiglio.

Effettivamente ora che sto scrivendo capisco che di materiale riguardo al morbo del possesso ne ho veramente tanto.

Quando avevo circa sedici anni mi ero comprato un motorino di cui andavo fiero e a cui ero molto affezionato.
In mia assenza, con la scusa che secondo i miei parenti il mezzo era vecchio e pericoloso e che inoltre bisognava fare posto nel garage, il motorino fu dato a un rigattiere.

Per bisogno di soldi fui addirittura costretto a vendere i miei strumenti musicali, cosa che per un musicista è decisamente doloroso.

Un'altra volta mi ero comprato un cavallo stupendo, bianco e maestoso; era ben addestrato e cavalcarlo era un piacere; dopo qualche giorno che lo avevo cadde in un dirupo dove perse la vita.

Ora, siccome potrei veramente andare avanti ancora per numerosi post ma mi sono anche un po' stufato di elencarvi "quanto sia stato sfortunato e come la vita sia stata tanto ingiusta con me", per finire vi racconterò della mia ultima bellissima fidanzata: capelli rossi di fuoco, corpo snello, occhi meravigliosi, oltre dieci anni meno di me, insomma, per farla breve, mi ero innamorato come un pazzo! E questo è accaduto solo circa due anni fa, quando ormai credevo proprio che in fatto di attaccamento non avessi più molto da imparare! Forse dentro di me pensavo che dopo l'addestramento ricevuto con la perdita di mia figlia non avessi bisogno di altro: si, ormai mi consideravo ben forte, temprato e superiore ad ogni affezione morbosa.


Storie! Ah, quanto ero bravo a raccontarmele!

Quando il mio dolce amore dai fulvi capelli mi lasciò dopo pochi mesi, io mi sentii letteralmente impazzire!
Non sapevo più come fare a vivere, mi sentivo veramente morire poco alla volta. E la cosa è durata molto a lungo senza riuscire a migliorare.
Allora ho capito che avrei dovuto ricominciare tutto daccapo; ricominciare ad osservarmi con impegno, sforzarmi di vedere bene il comportamento dei miei corpi, ammettendo la loro completa egemonia e accettando con dolcezza la situazione anziché lamentarmi e oppormi ad essa.

Ora ne sono fuori: l'amo molto e penso a lei ancora  frequentemente, ma quando accade non c'è più rimpianto o nostalgia ma solo un senso di gioiosa gratitudine per averla conosciuta e amata.

Ne ho avuto abbastanza? Avrò bisogno ancora di essere raffinato? Forse. Ciò che so è che ho fatto un grande progresso negli ultimi 40 anni e di questo sono molto grato al Padre che mi ha impartito le lezioni necessarie con sapienza e amore; ma so anche che nella vita è sempre una questione di livelli: quando ne hai raggiunto uno si passa a quello successivo.
Ora mi attacco meno alle cose materiali e sento che il mio amore per gli altri è molto più libero dal peso dei condizionamenti e le aspettative che lo aggravavano in precedenza.

Cosa mi aspetta nel futuro? Non lo so ma ora ho molta fiducia in più rispetto a prima e credo che, in qualsiasi circostanza mi dovrò trovare, il Padre non mi abbandonerà mai.


Per concludere, siccome ho cominciato questo post con presunzione e strafottenza affermando di avere materiale da vendere in fatto di attaccamento, ora tocca a voi e chiedetevi come vi sentireste: 

  • se stasera vostro marito uscendo di casa per andare a comprare le sigarette non tornasse più
  • se domani scopriste che qualcuno ha prosciugato il vostro conto corrente
  • se un terremoto demolisse la vostra casa

Alla prossima!

Enrico D'Errico