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29 settembre 2013

La nutrizione 3

Al giorno d'oggi, le persone, turbate dal ritmo frenetico della vita, cercano dei mezzi per ritrovare il loro equilibrio e praticano lo yoga, lo zen, la meditazione trascendentale, oppure imparano delle tecniche di rilassamento. Non dico che tutto questo sia inutile ma io ho trovato un esercizio più semplice e più efficace: imparare a mangiare.


Fintanto che si mangia tra il rumore, il nervosismo, le fretta eccessiva e le discussioni, a che serve andare poi a meditare o a fare esercizi di yoga? Che assurdità! Perché non capire che ogni giorno, due o tre volte, tutti abbiamo l'occasione di fare un esercizio di distensione, di concentrazione e di armonizzazione di tutte le nostre cellule?

Se vi chiedo di sforzarvi di mangiare in silenzio (non solo di non parlare, ma di non fare alcun rumore con le posate), masticando rapidamente ma a lungo ogni boccone e facendo ogni tanto qualche respirazione profonda, ma soprattutto concentrandovi sul cibo e ringraziando il cielo per tutta quella ricchezza, è perché questi esercizi, apparentemente insignificanti, sono tra i migliori per acquisire la vera padronanza di sé. La padronanza di queste piccole cose vi darà la possibilità di governare le grandi. Quando vedo qualcuno che si comporta in maniera negligente e impacciata nelle piccole cose, è facile per me riconoscere non solo in che disordine è vissuto nel passato, ma anche come tutte le sue lacune si rifletteranno negativamente sul suo avvenire, perché tutto è legato.

Naturalmente è difficile tacere durante i pasti per concentrarsi unicamente sul cibo...E quando si riesce a tacere e a controllare i movimenti esteriormente, si fa del rumore interiormente. Oppure, se si riesce a portar la calma interiormente, è il pensiero che se ne va altrove. Ecco perché vi dico che la nutrizione è una forma di yoga, poiché saper mangiare richiede attenzione, concentrazione e padronanza di sé.

Per raggiungere la concentrazione del pensiero durante i pasti, però, bisogna già aver consolidato l'abitudine di dominare il pensiero nella vita quotidiana. Se siete sempre vigili e non vi lasciate invadere da pensieri e sentimenti negativi, allora il terreno è pronto e tutto sarà facile. "Ma allora bisogna prepararsi tutta la vita solo per mangiare nel modo giusto?" direte voi. Si e no...

Non tutti i problemi possono essere risolti per il fatto che sappiamo mangiare correttamente. Ora noi consideriamo i pasti come punto di partenza, ma ciò non significa che non vi sia nulla di più importante e che per tutto il resto della giornata ci si possa lasciare andare. Non dovete interpretare male le mie parole: bisogna essere attenti e vigili tutta la giornata, e mantenere quell'attenzione, quella vigilanza, anche durante i pasti.

Il pasto è una cerimonia magica, grazie alla quale il nutrimento si deve trasformare in salute, in energia, in amore, in luce. Provate a osservarvi: quando avete mangiato in uno stato di agitazione, di collera e di ribellione, per tutta la giornata vi comportate con acredine, nervosismo, parzialità e, se avete dei problemi difficili da risolvere, la bilancia penderà sempre dal lato negativo. Poi cercate di giustificarvi dicendo: "Cosa vuoi...non ci posso fare niente, sono nervoso", e per calmarvi prendete delle medicine, che in fondo non servono molto. Per migliorare lo stato del vostro sistema nervoso, imparate piuttosto a mangiare nella maniera giusta.

Quando vi trovate davanti al cibo, dovete lasciare tutto il resto da parte, anche gli affari più importanti, poiché la cosa principale sta nel nutrirsi secondo le regole divine. Se avete mangiato correttamente, tutto il resto si risolve molto più rapidamente; mangiare correttamente permette dunque di guadagnar tempo e di fare una notevole economia di energie. Non crediate di poter risolvere i problemi più facilmente e più rapidamente quando siete in uno stato di agitazione e di tensione; anzi, vi lascerete sfuggire gli oggetti di mano, vi esprimerete con parole rudi, strapazzerete la gente, e poi dovrete passare intere giornate a riparare i danni.

La maggior parte degli uomini non si rende conto che le più piccole attività della vita quotidiana hanno un'enorme importanza. Come far capire che i pasti possono essere l'occasione per sviluppare l'intelligenza, l'amore e la volontà? Tutti pensano che l'intelligenza si sviluppi per mezzo dello studio o, a rigore, delle difficoltà e delle prove della vita (quando siete nei guai, si risveglia una facoltà che vi spinge a riflettere e a trovare il modo di uscirne...). Pensano che il cuore si sviluppi quando si hanno moglie e figli da proteggere e da aiutare. La volontà poi, secondo molti, si sviluppa compiendo degli sforzi fisici, praticando dello sport, ecc... Eh no! Chi ragiona così non ha ancora capito come stanno le cose.

continua in "La nutrizione 4"

Questo post è tratto dal libro "Lo yoga della nutrizione" di Aivanhov





21 settembre 2013

Perché dovrei affliggermi ora? (1)

Se state seguendo i miei post vi sarete accorti che, oltre a quelli con argomento libero, sto portando avanti con regolarità articoli in cui tratto dei vizi capitali, della nutrizione dal punto di vista del maestro Aivanhov, e del romanzo Walden di Thoreau; da oggi ho voglia di aggiungere anche trascrizioni di un discorso tenuto a Poona da Osho Rajneesh nel 1976: "Perché dovrei affliggermi ora?"
A me pare sia una delle cose più belle che siano state scritte sul sonno della coscienza.
Che buon pro vi faccia!


Tung Men Wu, vissuto a Wei, non si afflisse quando il figlio morì. Sua moglie gli disse: "Nessuno al mondo amava il proprio figlio quanto te, perché non ti affliggi, ora che è morto?" Egli rispose: "Non avevo figli, e quando non ne avevo, non mi affliggevo. Ora che è morto tutto è come prima, quando non avevo alcun figlio. Perché dovrei affliggermi ora?"


La verità religiosa più essenziale è che l'uomo è addormentato; non in senso fisico, bensì metafisico; non in apparenza, ma in profondità. L'uomo trascorre la propria vita in un profondo stato di torpore. Lavora, si muove, pensa, immagina, sogna, ma questo sonno costituisce il continuo substrato della sua vita.

Sono molto rari i momenti in cui ti senti realmente sveglio, e si possono contare sulla punta delle dita di una mano. Se in settant'anni hai vissuto sette soli istanti di risveglio, è già molto.

L'uomo vive come un robot: meccanicamente efficiente ma senza consapevolezza. Questo è il vero problema: tutti gli altri problemi, per quanti possano essere, sono solo una conseguenza del suo sonno.

E' molto importante comprendere in che cosa consiste questo sonno, perché lo zen è uno sforzo per diventare attenti e svegli. Ogni religione non è altro che questo: uno sforzo per diventare più coscienti, più consapevoli, per introdurre un'attenzione, più consapevolezza nella tua vita.

Tutte le religioni del mondo, in un modo o nell'altro, sottolineano il fatto che questo sonno consiste in una profonda identificazione, ovvero nell'attaccamento.

La vita dell'uomo possiede due livelli: uno è quello essenziale, l'altro è quello accidentale. L'essenziale non è mai nato e mai morirà. L'accidentale nasce, vive e muore. 

L'essenziale è esterno, al di fuori del tempo; l'accidentale è soltanto casuale. Noi ci attacchiamo troppo al casuale e tendiamo a dimenticare l'essenziale.

Qualcuno si attacca troppo al denaro, e il denaro è accidentale; non ha niente a che vedere con l'essenza della vita. Qualcuno si attacca troppo alla casa, o all'automobile, o alla moglie, al marito, ai figli, alle relazioni... ma le relazioni appartengono tutte al piano accidentale, non hanno nulla di essenziale, non è quello il tuo vero essere. E, in questo secolo, questo problema è diventato molto grave.

Qualcuno ha definito il ventesimo secolo "il secolo accidentale", e ha ragione. La gente vive una vita troppo identificata con ciò che non è essenziale: denaro, potere, prestigio, rispettabilità. Quando ve ne andrete, dovrete lasciare tutto alle spalle: perfino Alessandro Magno se ne è dovuto andare a mani vuote.
Un grande mistico morì. Appena giunto in paradiso chiese a Dio: "Perché Gesù non è nato nel ventesimo secolo?" Dio scoppiò a ridere e disse: "Impossibile! Dove si sarebbero potuti trovare tre uomini saggi come i re magi? E una vergine?"
Il ventesimo secolo è l'epoca più accidentale: a poco a poco l'uomo si è attaccato sempre di più al concetto di "me" e di "mio", è diventato possessivo. E ha completamente perso di vista il proprio essere; ha smarrito completamente l'io.

Il "mio" è diventato più importante, ha assunto un grande rilievo, e quando questo accade, significa che ti stai attaccando all'accidentale. Quando invece l'io rimane sul trono e "me" e "miei" restano semplicemente dei servitori, allora tu sei il padrone, non sei più uno schiavo e vivi in un modo completamente diverso.

Questo è ciò che lo zen definisce "il volto originale dell'uomo", allorché esiste il puro "io": questo "io" non ha niente a che vedere con l'ego. L'ego non è altro che il centro di tutti i tuoi possessi non essenziali. L'ego non è altro che l'accumularsi del "mio": la mia casa, la mia macchina, il mio prestigio, la mia religione, il mio retaggio, le mie tradizioni. Tutti questi "me" e "miei" continuano ad accumularsi e si cristallizzano in forma di ego. Quando uso al parola "io", lo faccio in senso assolutamente non egoico: "io" indica il tuo vero essere, il tuo vero volto.

Lo zen dice: "Trova il tuo vero volto, il volto che avevi prima di nascere. Scopri il volto che tornerai ad avere quando sarai morto". Tra la nascita e la morte, qualsiasi pensi sia il tuo volto, esso è accidentale. Lo hai visto in uno specchio, non l'hai percepito dall'interno, lo hai cercato all'esterno.
Conosci il tuo volto originale? No, tu conosci solo la faccia che il tuo specchio ti mostra, e tutte le tue relazioni sono solo degli specchi.

Il marito dice alla moglie: "Sei bellissima!" e lei comincia a pensare di essere bella. Qualcuno inizia a lusingarti: "Sei molto saggio, intelligente, sei un genio", e tu cominci a crederlo. Oppure qualcuno ti critica, ti odia, è in collera con te. Tu non accetti quello che dice, tuttavia anche questo penetra nel profondo del tuo inconscio. Da qui scaturisce l'ambiguità dell'uomo. Qualcuno ti dice che sei bellissimo, qualcun altro dice che sei orribile: che fare? Uno specchio ti dice che sei saggio, un altro che sei un idiota: che fare? E tu dipendi interamente dagli specchi esterni, ed entrambi sono degli specchi.

Lo specchio che dice che sei un idiota potrà non piacerti, ma lo ha detto, ha compiuto la sua opera. Puoi anche rimuoverlo ed evitare che affiori nella tua consapevolezza, ma nel tuo inconscio rimane il fatto che qualcuno ha detto che sei un idiota.
Tu credi agli specchi, per cui sarà sempre diviso, perché gli specchi sono molti e ognuno fa le proprie proiezioni. Qualcuno ti definisce saggio, non perché tu lo sia, ma perché è nel suo interesse. Qualcuno ti definisce un idiota, non perché tu lo sia, ma perché fa su di te una particolare proiezione. Queste persone rivelano semplicemente le loro simpatie e le loro antipatie, non stanno dicendo nulla di te. Forse dicono qualcosa su se stessi, ma non di certo su di te, perché nessuno specchio può mostrarti chi sei.

Uno specchio può solo riflettere la superficie, la tua pelle. Ma tu non sei la tua pelle, sei un fenomeno molto più profondo. Tu non sei il tuo corpo: oggi il corpo è giovane, domani è già vecchio...un giorno gode di ottima salute, un altro è zoppo e paralitico. Stamane pulsavi di vita, domani la tua vita se ne è andata...ma tu non sei la tua periferia! Sei il tuo centro! L'uomo accidentale vive alla periferia, l'uomo essenziale vive al suo centro: su questo si fonda l'intera ricerca.

...continua in "Perché dovrei affliggermi ora?" (2)

Enrico D'Errico