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21 settembre 2013

Perché dovrei affliggermi ora? (1)

Se state seguendo i miei post vi sarete accorti che, oltre a quelli con argomento libero, sto portando avanti con regolarità articoli in cui tratto dei vizi capitali, della nutrizione dal punto di vista del maestro Aivanhov, e del romanzo Walden di Thoreau; da oggi ho voglia di aggiungere anche trascrizioni di un discorso tenuto a Poona da Osho Rajneesh nel 1976: "Perché dovrei affliggermi ora?"
A me pare sia una delle cose più belle che siano state scritte sul sonno della coscienza.
Che buon pro vi faccia!


Tung Men Wu, vissuto a Wei, non si afflisse quando il figlio morì. Sua moglie gli disse: "Nessuno al mondo amava il proprio figlio quanto te, perché non ti affliggi, ora che è morto?" Egli rispose: "Non avevo figli, e quando non ne avevo, non mi affliggevo. Ora che è morto tutto è come prima, quando non avevo alcun figlio. Perché dovrei affliggermi ora?"


La verità religiosa più essenziale è che l'uomo è addormentato; non in senso fisico, bensì metafisico; non in apparenza, ma in profondità. L'uomo trascorre la propria vita in un profondo stato di torpore. Lavora, si muove, pensa, immagina, sogna, ma questo sonno costituisce il continuo substrato della sua vita.

Sono molto rari i momenti in cui ti senti realmente sveglio, e si possono contare sulla punta delle dita di una mano. Se in settant'anni hai vissuto sette soli istanti di risveglio, è già molto.

L'uomo vive come un robot: meccanicamente efficiente ma senza consapevolezza. Questo è il vero problema: tutti gli altri problemi, per quanti possano essere, sono solo una conseguenza del suo sonno.

E' molto importante comprendere in che cosa consiste questo sonno, perché lo zen è uno sforzo per diventare attenti e svegli. Ogni religione non è altro che questo: uno sforzo per diventare più coscienti, più consapevoli, per introdurre un'attenzione, più consapevolezza nella tua vita.

Tutte le religioni del mondo, in un modo o nell'altro, sottolineano il fatto che questo sonno consiste in una profonda identificazione, ovvero nell'attaccamento.

La vita dell'uomo possiede due livelli: uno è quello essenziale, l'altro è quello accidentale. L'essenziale non è mai nato e mai morirà. L'accidentale nasce, vive e muore. 

L'essenziale è esterno, al di fuori del tempo; l'accidentale è soltanto casuale. Noi ci attacchiamo troppo al casuale e tendiamo a dimenticare l'essenziale.

Qualcuno si attacca troppo al denaro, e il denaro è accidentale; non ha niente a che vedere con l'essenza della vita. Qualcuno si attacca troppo alla casa, o all'automobile, o alla moglie, al marito, ai figli, alle relazioni... ma le relazioni appartengono tutte al piano accidentale, non hanno nulla di essenziale, non è quello il tuo vero essere. E, in questo secolo, questo problema è diventato molto grave.

Qualcuno ha definito il ventesimo secolo "il secolo accidentale", e ha ragione. La gente vive una vita troppo identificata con ciò che non è essenziale: denaro, potere, prestigio, rispettabilità. Quando ve ne andrete, dovrete lasciare tutto alle spalle: perfino Alessandro Magno se ne è dovuto andare a mani vuote.
Un grande mistico morì. Appena giunto in paradiso chiese a Dio: "Perché Gesù non è nato nel ventesimo secolo?" Dio scoppiò a ridere e disse: "Impossibile! Dove si sarebbero potuti trovare tre uomini saggi come i re magi? E una vergine?"
Il ventesimo secolo è l'epoca più accidentale: a poco a poco l'uomo si è attaccato sempre di più al concetto di "me" e di "mio", è diventato possessivo. E ha completamente perso di vista il proprio essere; ha smarrito completamente l'io.

Il "mio" è diventato più importante, ha assunto un grande rilievo, e quando questo accade, significa che ti stai attaccando all'accidentale. Quando invece l'io rimane sul trono e "me" e "miei" restano semplicemente dei servitori, allora tu sei il padrone, non sei più uno schiavo e vivi in un modo completamente diverso.

Questo è ciò che lo zen definisce "il volto originale dell'uomo", allorché esiste il puro "io": questo "io" non ha niente a che vedere con l'ego. L'ego non è altro che il centro di tutti i tuoi possessi non essenziali. L'ego non è altro che l'accumularsi del "mio": la mia casa, la mia macchina, il mio prestigio, la mia religione, il mio retaggio, le mie tradizioni. Tutti questi "me" e "miei" continuano ad accumularsi e si cristallizzano in forma di ego. Quando uso al parola "io", lo faccio in senso assolutamente non egoico: "io" indica il tuo vero essere, il tuo vero volto.

Lo zen dice: "Trova il tuo vero volto, il volto che avevi prima di nascere. Scopri il volto che tornerai ad avere quando sarai morto". Tra la nascita e la morte, qualsiasi pensi sia il tuo volto, esso è accidentale. Lo hai visto in uno specchio, non l'hai percepito dall'interno, lo hai cercato all'esterno.
Conosci il tuo volto originale? No, tu conosci solo la faccia che il tuo specchio ti mostra, e tutte le tue relazioni sono solo degli specchi.

Il marito dice alla moglie: "Sei bellissima!" e lei comincia a pensare di essere bella. Qualcuno inizia a lusingarti: "Sei molto saggio, intelligente, sei un genio", e tu cominci a crederlo. Oppure qualcuno ti critica, ti odia, è in collera con te. Tu non accetti quello che dice, tuttavia anche questo penetra nel profondo del tuo inconscio. Da qui scaturisce l'ambiguità dell'uomo. Qualcuno ti dice che sei bellissimo, qualcun altro dice che sei orribile: che fare? Uno specchio ti dice che sei saggio, un altro che sei un idiota: che fare? E tu dipendi interamente dagli specchi esterni, ed entrambi sono degli specchi.

Lo specchio che dice che sei un idiota potrà non piacerti, ma lo ha detto, ha compiuto la sua opera. Puoi anche rimuoverlo ed evitare che affiori nella tua consapevolezza, ma nel tuo inconscio rimane il fatto che qualcuno ha detto che sei un idiota.
Tu credi agli specchi, per cui sarà sempre diviso, perché gli specchi sono molti e ognuno fa le proprie proiezioni. Qualcuno ti definisce saggio, non perché tu lo sia, ma perché è nel suo interesse. Qualcuno ti definisce un idiota, non perché tu lo sia, ma perché fa su di te una particolare proiezione. Queste persone rivelano semplicemente le loro simpatie e le loro antipatie, non stanno dicendo nulla di te. Forse dicono qualcosa su se stessi, ma non di certo su di te, perché nessuno specchio può mostrarti chi sei.

Uno specchio può solo riflettere la superficie, la tua pelle. Ma tu non sei la tua pelle, sei un fenomeno molto più profondo. Tu non sei il tuo corpo: oggi il corpo è giovane, domani è già vecchio...un giorno gode di ottima salute, un altro è zoppo e paralitico. Stamane pulsavi di vita, domani la tua vita se ne è andata...ma tu non sei la tua periferia! Sei il tuo centro! L'uomo accidentale vive alla periferia, l'uomo essenziale vive al suo centro: su questo si fonda l'intera ricerca.

...continua in "Perché dovrei affliggermi ora?" (2)

Enrico D'Errico


11 agosto 2013

Le Sentinelle Nere e la prova di Giobbe

La scorsa notte ho riletto il XXV° capitolo del libro di Draco Daatson; a un certo punto Victoria Ignis dice:
"Le Sentinelle Nere sono le creature che edificarono la matrice illusoria dentro cui i terrestri vivono.....Ti forgiano mettendoti alla prova istante dopo istante, affinché solo i diamanti più puri possano emergere dalla feccia addormentata. Nel momento in cui dichiari a te stesso di volerti liberare possono renderti la vita un inferno: farti ammalare, uccidere i tuoi figli, allontanare il tuo partner, ridurti in povertà...."

Queste parole di Victoria Ignis ricordano moltissimo il racconto biblico di Giobbe.
In questo libro troviamo la conferma che esiste una prova cui ogni uomo è sottoposto durante la sua vita e cioè l’essere lasciati alla mercé di satana; egli può disporre di tutto ciò che abbiamo, può utilizzare ogni strategia possibile per allontanarci da Dio, ma non è autorizzato a toglierci la vita.

Il racconto biblico che narra della vita di Giobbe non è solo una bella storia da leggere ai bambini per farli addormentare. A differenza delle altre persone egli non era sempre identificato col suo corpo ma aveva anche la consapevolezza di essere prima di tutto un uomo creato da Dio e che a lui era dovuta ogni cosa.

Da ogni parte le Sacre Scritture sia ebraico/aramaiche (il vecchio testamento) che greche/cristiane (il nuovo testamento), sono piene di lezioni preziose, di significati profondi su cui riflettere, di indicazioni precise su come governare la nostra vita e perché.

Procurati una Bibbia e cerca il libro di Giobbe; leggi tutto il primo capitolo e i primi dieci versetti del secondo (è molto importante che tu non cada nella tentazione di leggere gli eventuali commenti al testo contenuti in molte versioni bibliche in commercio: in genere sono scritti da persone che non sanno quel che dicono e non hanno idea del valore reale di ciò che si sentono autorizzati a commentare).



Hai letto? Bene, ora leggilo e rileggilo molte volte perché queste parole sono per te d’importanza vitale; ma leggilo fino a quando la tua mente non dirà più nulla per lasciare spazio all’intelligenza del cuore, o non comprenderai niente di veramente utile.

La prova cui fu sottoposto Giobbe è la stessa per ogni persona che vive su questo pianeta. Letteralmente ognuno di noi è lasciato dal Padre alla mercé delle forze dell’ombra (o le Sentinelle Nere) affinché sia vagliato. Nessuno è al corrente di questa prova e di ciò che rappresenta. Tutti, ad esempio, pensano di poter comprare o vendere qualcosa avendo il diritto di farlo, ma ciò è assurdo perché tutto ciò che abbiamo è solo un prestito. Tutti sono assolutamente certi che la vita sia un loro diritto e siano liberi di decidere e fare ciò che vogliono. Invece la vita non è per niente nostra perché siamo emissari di Dio mandati in missione sul pianeta terra. Qui possiamo aumentare la quantità dei talenti acquisiti e donati dal Padre nel corso del tempo, qui è messa alla prova la nostra fede, la nostra religiosità, la nostra fedeltà a Dio.

Amiamo il Padre senza condizioni, sempre e comunque? E’ il nostro cuore rivolto soprattutto a lui, in ogni circostanza della vita?

E’ più facile per noi amarlo in ricchezza che in povertà? Siamo disposti come indica Gesù a mettere al primo posto il Regno, a qualunque costo?

Queste sono le domande che dovremmo porci mentre comprendiamo il significato profondo della prova cui fu sottoposto Giobbe.

Ogni uomo, senza alcuna eccezione, è esaminato e raffinato nel corso della vita al fine di far comprendere da che parte sta il suo cuore, se nel mondo o nel Regno.


Giobbe aveva tutto ciò che il mondo può invidiare ma viveva nel Regno con il suo cuore puro.
Osserva la sua integrità e rifletti: sei in grado di rinunciare a tutto quel che credi essere tuo senza batter ciglio? Sei disposto come Giobbe a dire ” Dio mi ha dato tante cose, ora me le ha tolte: che si continui a benedire il suo nome!” ?

Altrettanto esemplare è ciò che Osho narra nella storia dell’uomo cui morì il figlio tanto amato. Rispondendo alla moglie stupita del fatto che lui non stesse soffrendo per la terribile perdita, disse: “Perché dovrei affliggermi ora? Prima un figlio non l’avevo e stavo bene, ora che non l’ho più la situazione è esattamente quella di prima”.

Interessante è anche la storia del faraone d’Egitto che non volle mai piegarsi alla volontà di Dio, e non imparò nulla dalle privazioni cui fu sottoposto, fino alla perdita del figlio. La rabbia lo accecò completamente e la sua presunzione non gli fece vedere la fine incombente, come conseguenza della sua cieca ostinazione.

Quando hai molte cose materiali tutti tentano di strappartele dalle mani, e quando ti hanno mangiato vivo ti lasciano a terra dissanguato perché si affrettano per correre a sbranare un altro essere.

Come nel caso dei falsi confortatori di Giobbe
quando ti trovi in difficoltà nessuno può capire ciò che realmente sta accadendo e i tuoi "amici" rimangono a debita distanza per non averne conseguenze negative, per non sentire il puzzo della morte, il loro stesso fetore.

Come quando negli ingorghi autostradali osservi con osceno interesse la carne del tuo fratello intrappolata nelle lamiere delle auto, quando osservi il sangue che cola, le scarpe volate via, o gli arti amputati…..tu dici “oh, che cosa terribile, che orrenda disgrazia!”, ma dentro pensi “ sarebbe potuto capitare anche a me…….. beh, meglio a lui che a me.  Si, …. ora andiamo all’autogrill a mangiare, che è ora di pranzo”.
Corriamo poi alle nostre case a vedere la televisione, chiudiamo in cancelli della nostra villetta, mettiamo l’antifurto e …. ora chi ci può disturbare?…… anche per oggi ce la siamo cavata.
Domani arrafferemo ancora ciò che c’è da arraffare.
I nostri figli si arrangeranno.

Enrico D'Errico