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1 gennaio 2014

Preghiera di Gesù, preghiera del cuore






Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, 
abbi pietà di me, peccatore.


Se mi sento in balia dei pensieri, se mi ritrovo senza pace nel cuore e con un turbinio di emozioni spiacevoli, posso scegliere tra due opzioni: la prima, la più scontata, la via di minor resistenza già percorsa milioni di volte, è distrarmi da ciò che ho notato, allontanarmi da ciò che mi disturba immergendomi nel lavoro, nelle occupazioni comuni della giornata, magari aiutandomi anche con i soliti anestetici a cui sono avvezzo, come il cibo, il sesso, gli acquisti inutili, la televisione.... La seconda è invece fermarmi e stare fermo su ciò che c'è, qui e ora, non per un'indagine mentale ma per portare luce e amore lì dove è necessario; e per questo posso ricorrere ad un provvedimento meraviglioso che mi è stato dato, la Preghiera del cuore: "Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore."

Chiedere aiuto in tal modo è cosa saggia ed è un mezzo potente per ritrovare il mio centro.

Alphonse e Rachel Goettmann, nel libro "Preghiera di Gesù, preghiera del cuore" dicono che "per nutrire la preghiera e farla diventare autentico sacramento sarà bene non avere fretta e prendere tutto il tempo necessario per meditare a lungo il senso di ogni parola, separatamente. Tutti i Padri della chiesa hanno insistito su questo aspetto dell'attesa paziente.

Signore: mi rivolgo a lui chiamandolo Signore non solo per una forma di rispetto ma anche perché ha effettivamente autorità e potere; gli chiedo di passare al vaglio le inclinazioni del mio cuore e l'autenticità della mia preghiera. Quanti "signori" comandano nella mia vita? "Là dov'è il tuo tesoro, sarà il tuo cuore" (Matteo 6:21). E' una constatazione forse crudele, ma necessaria, per uscire dalle illusioni: Gesù non è il Signore della mia vita...
...bisogna far morire in noi tutti i desideri che non conducono a lui e che occupano impunemente il nostro cuore.
Ci sono di esempio in questo i primi cristiani. La parola "Signore", a quei tempi, era riservata dai Giudei solo a Jahvé e dai romani solo all'imperatore, Attribuire l'appellativo "Signore" a qualcun altro significava morte certa. Fu questo che scatenò le persecuzioni contro i cristiani e i tre secoli di martiri che irrorarono di sangue il campo della chiesa delle origini. Tutti coloro che chiedevano il battesimo in nome di Cristo e che riconoscevano Gesù come Signore venivano perseguitati. Eppure, quei primi cristiani accettarono di soffrire e di morire in nome di quel Cristo che era diventato l'unico Signore della loro vita. La Preghiera di Gesù è un'assunzione di impegno. Tutto il mio essere si prosterna interiormente davanti alla potenza del Nome, si inginocchia con tenerezza e affezione per adorarlo, ma anche con lo stesso timore reverenziale che avevano gli ebrei pronunciando il Nome Jahvé.

Gesù Cristo: Gesù è il centro di me stesso e il centro dell'universo, e invocandolo mi trovo risucchiato nel vortice incandescente di tutto ciò che esiste.
Se questa conoscenza e intimità con il Cristo diventa lo scopo principale della mia vita, al di là di tutti i problemi e le cadute, allora la bellezza di Gesù si impadronirà di tutto il mio essere, e sarà il segreto della mia metamorfosi, della mia conversione.

Figlio di Dio: mi rivolgo a lui chiamandolo figlio di Dio; lo sono anch'io e mi sforzo ogni giorno di imitarlo, di seguire i suoi consigli per uscire dall'addormentamento della coscienza ed incarnare appieno le qualità che possono portarmi al risveglio e divenire un figlio realmente a somiglianza del mio Creatore.

Abbi pietà di me: mi rivolgo a lui supplicandolo di avere pietà di me perché i miei sforzi di ritrovare la gloriosa libertà di un figlio di Dio spesso non producono i risultati sperati e  continuo a peccare, a non riuscire a placare e governare la mia mente iperattiva e la mia pancia impregnata di emozioni grossolane; per questo mi definisco peccatore.

Peccatore: che lui abbia pietà di me che fallisco ogni momento il bersaglio del risveglio, me che non riesco ancora a percepire costantemente la bellezza che mi circonda, l'amore presente in ogni cosa, pietà per questa parte di Dio che ha scelto di farsi uomo per fare esperienza di sé, per capire ciò che è mediante ciò che non é.
Gesù, signoreggiando i pensieri e le emozioni, ha dimostrato che è possibile governare i propri corpi e vincere il mondo. Nel mondo, lui ci ricorda, avrete tribolazioni, ma fatevi coraggio perché io ho vinto il mondo, e se l'ho fatto io, potete riuscirci anche voi. (Giovanni 16:33)
Secondo i Padri, Gesù risorto è come un carbone ardente penetrato dal fuoco eterno del divino, e chiunque entra in contatto con lui, grazie alla preghiera, sarà incendiato da questo fuoco, trasportato ai vertici dell'esperienza umana, purificato e trasfigurato dall'amore e dalla gloria del Signore risorto e consumato dalla sua gioia. Tutto questo è possibile per noi fin da oggi se accettiamo di diventare Uno con lui.


Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, 
abbi pietà di me, peccatore.

Ed è come rallentare il tempo, rientrare in me e nell'Uno, ritrovare la vista e l'udito. Il cuore si riscalda e si apre come un fiore per irradiare il suo profumo nel mondo. Ritrovo i miei talenti e il coraggio di utilizzarli. Accanto a me, il mio fido destriero nitrisce per spingermi ad indossare l'armatura e partire insieme per una nuova avventura.


Enrico D'Errico

12 settembre 2013

La lussuria

continua dal post del 30 agosto "Essere niente".
Questo articolo è tratto dal libro "Preghiera di Gesù preghiera del cuore" dei coniugi Goettmann.


Il retroterra da cui sorge la passione della gola è lo stesso da cui hanno origine anche le altre passioni: la crescita smisurata dell'io. Potremmo rappresentarci quest'uomo in preda alle passioni come uno gnomo enorme, il cui "io", ingigantito a dismisura, ha deformato il corpo. Dal ventre di questo mostro escono otto braccia che si dimenano nell'atto di afferrare e arraffare...



La lussuria, secondo i Padri della chiesa, è la risultante diretta di un nutrimento sovrabbondante e smodato.
Ma, come il nutrimento, la sessualità è una dimensione strutturale della persona, l'individuo vive e si esprime attraverso di essa. Alla base c'è sempre la nostalgia dell'unità perduta, e la ricerca, mai definitivamente conclusa, della nostra parte femminile. Il desiderio di amare e di essere amati di ogni essere umano diventa fuoco di passione carnale nel momento stesso in cui egli smette di voler il bene della persona che ha di fronte facendola diventare oggetto. Tutte le relazioni, allora, anziché essere luogo dell'incontro con Dio, si trasformano in desiderio di possesso. Tutta l'energia dell'individuo è polarizzata a livello delle pulsioni genitali, che ancora una volta soffocano la coscienza e trovano sfogo nello sfruttamento dell'altro attraverso il pensiero, l'immaginazione, lo sguardo concupiscente, il gesto violento, il desiderio bruciante o il piacere solitario...
Il corpo, tempio dell'alleanza con Dio e con l'altro, diventa oggetto di consumo, in cui ogni ombra delicata di mistero svanisce. 

Il solo rimedio qui è di lasciarsi amare, prendere coscienza dell'amore folle di Dio per noi, come suggerisce Nicolas Cabasilas, e questo è sufficiente per ritrovare serenità. E' il senso stesso della preghiera di Gesù. E infatti in questi casi la preghiera compie veri e propri miracoli. L'immaginazione erotica ha la sua sede nella mente e l'invocazione del nome si sostituisce al pensiero ossessivo e orienta il cuore verso l'amore autentico. L'anima liberata si volge verso lo spirito e il corpo a sua volta si volge verso l'anima; la liberazione è immediata e, secondo Giovanni Crisostomo, cambia la sostanza stessa delle cose. Tutto l'essere entra in una nuova tensione, la gerarchia pervertita corpo-anima-spirito si rovescia e si riequilibra ritrovando il suo centro unificante nello spirito. E' cos' che avviene la conversione.
Questo progressivo ritorno all'amore autentico conduce a quella che chiamiamo castità, dal greco sophrosyné: pienezza di saggezza! Castità non vuol dire affatto mancanza d'amore, astinenza, al contrario si tratta di crescita nell'amore. "L'atto sessuale, vissuto nell'amore e nella verità, scrive Bazile Rozanov, è atto che non vanifica la castità, ma al contrario l'accresce". L'amore autentico, infatti, sa riconoscere fino a che punto è libero dall'ossessione sessuale.

L'amore vero è una manifestazione del cuore-spirito, e non ha una struttura sessuata, è in noi ciò che ci trascende, al di là dello spazio e del tempo. (Vedi Matteo 22:30 e Marco 12:25). Grazie alla verginità-castità, il cuore conduce l'anima e il corpo alla stessa trasparenza e ci apre a un cambiamento radicale di prospettiva in tutte le relazioni, e soprattutto nei rapporti sessuali.

La prospettiva del monachesimo, del celibato o del matrimonio, è la stessa, ma si realizza attraverso cammini differenti. Per i monaci si tratta di una prospettiva escatologica, di vivere cioè il ministero delle cose ultime con il rifiuto totale di ogni compromesso mondano; il monaco si ritira in solitudine e si mette di fronte ai demoni per combatterli. La sua vita è un martirio di solitudine, ma anche una celebrazione anticipata delle nozze dell'Agnello.

Per la coppia di sposi si tratta invece di vivere la prospettiva evangelica nel mondo e di celebrare il mistero delle cose prime, facendo del quotidiano la materia del proprio sacrificio. Le nozze sono allo stesso tempo un'immagine profetica del Regno che deve venire.  Gli sposo costruiscono " La casa di Dio", come sostiene Clemente di Alessandria e costituiscono il mistero della chiesa nel laboratorio domestico in cui, alla stregua della cella del monaco o delle caverne degli eremiti, viene celebrato il miracolo di Cana: l'acqua cambiata in vino è la vita degli sposi che di giorno in giorno si trasforma. La castità fa uscire il matrimonio dalla sua fatalità biologica e lo rende un cammino spirituale con tutti i crismi della lotta e dell'ascesi, un cammino che non ha nulla di meno della scelta monastica!

Non c'è amore senza croce: il cuore di uno è l'altare su cui l'altro accetta di morire e di risorgere nel quotidiano. Il frutto di questa unione sponsale, di questa coesistenza, riveste l'atto sessuale di un carattere intensamente mistico. Non è tanto la nascita di un bambino che lo suggella, quanto la rinascita degli sposi su un piano sempre più alto di vita; è una rigenerazione continua e reciproca. L'innamorato è un contemplativo, il sacramento infatti gli da la capacità di vedere la gloria di Dio nell'essere amato e la preghiera di Gesù gli permette di darle un nome... Per colui che ama, la vita coniugale si manifesta come un roveto ardente in cui Dio si lascia vedere, toccare, sentire...

La lussuria è solitaria o a due; è un inferno con cui non si vede che se stessi attraverso il labirinto di infiniti specchi. Nella lussuria vedo solo me stesso e non l'altra persona, vedo me stesso fino alla nausea... Il sortilegio demoniaco di questa passione mortale non può che essere vinto con la preghiera incessante e la vigilanza interiore. Preghiera e vigilanza ridestano il movimento oblativo e uccidono l'egocentrismo. Preghiera e vigilanza ci insegnano a dire "Tu" con infinita tenerezza.

continua nel prossimo post sull'avarizia






25 agosto 2013

Sulla tracotanza

questo post fa seguito ai cinque dedicati alla gola, pubblicati nelle settimane precedenti.

La tracotanza o superbia, è un altro dei peccati tenuti in gran considerazione dai padri della chiesa e da loro descritta nei testi della Filocalia. Personalmente mi sono avvicinato ad essa passando prima dalla lettura di un altro libro prezioso, "I racconti di un pellegrino russo"; poi, come già vi dissi, ho letto alcuni libri di J. Y. Leloup e dei coniugi Goettmann, e da quest'ultimi ho tratto alcuni brani.
In realtà il peccato della superbia è compreso nei "sette vizi capitali" della chiesa d'occidente, mentre nelle "otto passioni maggiori" della chiesa d'oriente si parla di "vanagloria" e "orgoglio": a queste due passioni sono dedicati questo post e i successivi.

La vanità o vanagloria ("cenodossia" in alcuni testi dei padri della chiesa) è il desiderio di essere visti o di farsi vedere. La letteratura patristica sostiene che il sentimento di vanità accompagna come un'ombra il progresso spirituale. Secondo Giovanni Cassiano è una reazione interiore , impercettibile e nascosta, che sfugge al controllo della nostra volontà; si maschera sotto infinite spoglie e si impadronisce di tutto, anche delle buone azioni. E' un bisogno insano di essere riconosciuti e lodati per ciò che si fa. L'ego pretende di essere sempre al centro di tutto, in ogni momento, punto di attrazione dell'attenzione di tutti. La persona vanitosa ama compiacersi del proprio aspetto, della propria voce, dei propri discorsi, delle proprie qualità, del proprio sapere...
Spesso è stizzito e infastidito dal fatto che gli altri non si accorgano per primi delle sue "straordinarie" doti.
Il vanaglorioso ama essere guardato e si placa solo quando percepisce l'ammirazione degli altri. Fa della propria vita una rappresentazione teatrale. Il suo io non è mai nudo, ma sempre protetto da una maschera, diversa a seconda delle occasioni. E questo, secondo i padri della chiesa, uccide a poco a poco la vitalità della persona, perché la recita è sempre una grande fatica per l'attore in questione.


H. Bosch (1450-1516) I sette peccati capitali
(Particolare: la superbia)


L'ego prende il posto di Dio.
Il vanitoso, in genere, ama la convivialità, perché il proprio narcisismo ha continuamente bisogno di specchiarsi negli altri per ricevere conferme. E sovente il vanitoso si circonda di persone che sono come lui, perché il vanitoso ha paura della diversità.
Tuttavia, quando incontra qualcuno che lo pone di fronte alla verità di se stesso, il vanitoso sente sbriciolarsi le proprie maschere e reagisce evitando le relazioni. Diventa arrogante, aggressivo, geloso e impacciato: l'unica via d'uscita è la fuga.

Il grande rimedio della vanità è di volgere lo sguardo da se stessi a Cristo e di fissare il suo volto a lungo e intensamente: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Galati 2:20). Lo scopo della Preghiera di Gesù è proprio quello di aiutarci a ritrovare il nostro centro in Cristo. Quando preghiamo non cerchiamo più lo sguardo degli altri su di noi, ma ci lasciamo guardare da Cristo. Restiamo in attesa perché tutto ci viene da lui: "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?" (1° Corinti 4:7).
Il vanitoso impara a capire che le sue doti e le sue qualità non sono sue e quindi degne di ammirazione, sono solo dono di Dio, un regalo di cui essere solo grati. Così si libera l'uomo interiore. Quando si accorge di essere oggetto delle attenzioni premurose e continue del Signore, l'individuo non ha più bisogno di riconoscimenti esteriori.

Enrico D'Errico


continua nel prossimo post dedicato all'orgoglio

                                                                                       

24 agosto 2013

L'uomo è un essere che ha fame

continua dal post "Ho fame di Dio 2"

Tutta la Bibbia ci presenta l'uomo come creatura affamata. Il mondo intero è il suo cibo, e il suo corpo è fatto della stessa sostanza del mondo. Dio gli offre l'universo come mensa di un banchetto universale (Genesi 1:29). Vivere, in un certo senso, non è niente altro che mangiare! Gesù stesso paragonò il suo Regno a un pranzo di nozze: "Possiate voi mangiare e bere alla mia mensa" (Luca 22:30) e fu alle nozze di Cana che manifestò per la prima volta la sua gloria proprio nell'atto del bere e del mangiare!



Noi mangiamo anzitutto con la bocca...certamente, ma anche con gli occhi, le orecchie, le narici, le mani..... non c'è un solo istante lungo il corso della giornata in cui non siamo in uno stato di ricettività.
Anche durante la notte...il sonno è nutrimento!
E infine noi ci nutriamo anche attraverso la respirazione. Se è vero che per un certo tempo possiamo sospendere ogni forma di nutrimento solido o liquido, tuttavia non ci è possibile smettere di respirare: si tratta di vita o di morte!

Perché Dio ci ha creati in questo modo? Cosa significa questa fame che tormenta l'uomo fin dalla nascita?

Significa che in realtà l'uomo ha fame di Dio.
I nostri molti desideri contengono in fondo l'unico desiderio insoddisfatto: il desiderio di Dio. E il nostro cuore non avrà pace fino a che non lo avrà trovato, dice Sant'Agostino. Dietro tutti i languori della nostra esistenza si nasconde il desiderio di Dio...
Diventare consapevoli della presenza di Dio in tutto e in tutti e imparare a gustarlo nei doni della creazione, significa anche diventare sacerdoti di questa mensa che è l'universo: la nostra vita deve diventare un sacrificio eucaristico, cioè un atto di offerta e di ringraziamento per il nutrimento che ogni giorno Dio ci somministra.

La gola è la perversione tragica di questa grandiosa prospettiva. Anziché atto di offerta, di ringraziamento, di condivisione, il nutrirsi diventa puro consumo, atto aggressivo di avidità e di sopraffazione.

Il goloso non gusta il cibo, lo trangugia voracemente, e non è capace di apprezzare e di gioire neppure degli altri doni.
Martin Buber scrive: "L'atto del mangiare è sacro. Se si impara a mangiare con gratitudine, si liberano anche in questo atto le scintille della divina presenza, della Shekinah, che si trovano nel nutrimento.
Si apprende la sacralità di quest'atto atraverso tre gesti fondamentali che ci relazionano nuovamente a Cristo "pane di vita disceso dal cielo": 


  1. La Preghiera di Gesù, masticata e ruminata, come un'autentica manducazione della parola di Dio.
  2. L'Eucaristia, poiché "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Giovanni 6:54) e può così riconoscere in ogni cibo il sacramento della sua presenza;
  3. Il digiuno, grazie al quale ci viene rivelato in modo mirabile che il mistero della nostra insaziabile fame è fame di Dio: con il digiuno rispondiamo in modo "alternativo" ai bisogni della carne, purificandoci dai veleni presenti nel corpo e rendendoci più permeabili e trasparenti all'irraggiamento di colui che abita in noi...."Che ogni desiderio sia messo a tacere e il re della gloria entrerà". *

Enrico D'Errico



* Nel rito bizantino, canto di offertorio della liturgia vespertina del sabato santo.