Visualizzazione post con etichetta vanità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vanità. Mostra tutti i post

17 ottobre 2013

Walden o vita nei boschi 3


continua dal post del 13 settembre

Walden come è oggi
Eccoci nuovamente a scorrere tra le pagine di "Walden o vita nei boschi" per scoprire alcune delle brillanti osservazioni di Henry David Thoreau sull'agricoltura, sull'architettura e sul cibo.
Interessante ad esempio quel che dice in merito alla coltivazione dei campi: le stesse cose sarebbero state suggerite da Rudolf Steiner nelle sue conferenze a Dornach negli anni venti del secolo successivo, conferenze da cui sarebbe poi sorto il movimento dell'agricoltura biodinamica.

Sull'agricoltura
"L'anno dopo feci ancor meglio, perché vangai tutto il terreno che mi occorreva, cioè quasi un terzo di acro e, sempre dall'esperienza di ambedue quegli anni, e per nulla intimorito dai molti e lodati libri di agricoltura, imparai che se ognuno vivesse in semplicità e consumasse solo il proprio raccolto senza coltivarne più di quanto non ne mangi, o senza cambiarlo con una insufficiente quantità di cose più costose o di lusso, basterebbe coltivasse solo poche pertiche di terra; imparai anche che gli sarebbe più conveniente vangare invece che arare con i buoi, e scegliere di volta in volta un terreno nuovo invece di concimare quello vecchio; desidero parlare di ciò imparzialmente e come colui al quale non importa nulla del successo o del fallimento degli ordinamenti economici e sociali attuali. Ero più indipendente di qualsiasi contadino di Concord, perché non ero ancorato a una casa o a un campo, ma ogni istante potevo scegliere l'inclinazione del mio genio, che è piuttosto mutevole. E, oltre a essere in migliori condizioni economiche di loro, anche se la casa si fosse bruciata e il raccolto fosse stato cattivo, sarei stato quasi altrettanto ricco di prima.
Mi viene di pensare che non sono tanto gli uomini i guardiani delle greggi, ma le greggi guardiane degli uomini, perché quelle sono molto più libere di questi."

Sull'architettura
"Non dovrebbero le nazioni cercare di rendersi immortali non con la loro architettura ma con la forza del pensiero astratto? Quanto più degno di ammirazione di tutte le rovine dell'Oriente è il Bhagvat-Gita! Torri e templi sono lussi di principi. Una mente semplice e indipendente non perde tempo agli ordini di nessun principe. Il genio non è seguace di nessun imperatore, né il materiale su cui opera è argento, oro o marmo, se non in misura insignificante. A qual fine si lavorano tante pietre! Le nazioni sono invasate dall'insana ambizione di perpetuare il ricordo di se stesse con l'ammasso di pietre scolpite che lasciano. Non sarebbe meglio se le stesse preoccupazioni le rivolgessero al raffinare e migliorare i costumi? Un po' di buon senso sarebbe più degno di essere ricordato che non un monumento alto quanto la luna. Preferisco vedere le pietre al loro posto. La grandezza di Tebe era una grandezza volgare. Un muro di pietre che limiti il campo di un onest'uomo ha più senso delle cento porte di una Tebe che abbia deviato dal vero fine della vita.
Quanto alla religione e all'amore dell'arte dei costruttori, è lo stesso dovunque, sia che l'edificio sia un tempio egiziano o la banca degli Stati Uniti. Costano più di quanto producono. Il movente principale è la vanità unita all'amore per lo stomaco pieno. Molti si interessano ai monumenti orientali e occidentali, per sapere chi li ha costruiti. Io invece vorrei conoscere chi, in quei tempi, non li costruì, cioè sapere i nomi di coloro che erano superiori a tali frivolezze."

Sul cibo
"Dai miei due anni di esperienza, imparai che procurarsi il cibo necessario costerebbe pochissima fatica anche a questa latitudine; e che per conservarci in forza e in salute, possiamo mantenere la semplice dieta degli animali. Ho fatto una colazione soddisfacente sotto ogni punto di vista con un piatto di portulaca (portulaca oleracea), che raccolsi nel mio campo di grano, e che bollii e salai. Ne do il nome latino in conto del gradevole sapore e del nome volgare. E adesso ditemi: cosa può un uomo ragionevole, in tempi pacifici e in mezzogiorni normali, desiderare di più di un numero sufficiente di spighe di grano verde e dolce, bollito con un po' di sale?

............Dapprima feci il pane con pura farina di granoturco e sale, certe focaccette che cuocevo al fuoco sull'uscio di casa, sopra una tavola di legno che avevo segato costruendomi la casa; però il pane sapeva di fumo e si impregnava di odor di resina. Provai anche fior di farina; ma alla fine trovai che la farina di segala, mescolata a farina di granoturco, era molto più gustosa e adatta. Era un grande piacere nella stagione fredda cuocerne parecchi filoncini di seguito, muoverli e rivoltarli con cura, come un egiziano farebbe con le sue uova di covata. Erano un vero prodotto cereale, che io stesso maturavo, e per me avevano la stessa fragranza dei frutti più nobili, fragranza che conservavo più che potevo, avvolgendo il pane in un panno. Feci uno studio sull'antica e indispensabile arte della panificazione, consultando tutte le autorità in materia, risalendo alle epoche primitive e alla prima scoperta del pane non fermentato, quando dal cibo selvaggio delle noci e delle carni gli uomini giunsero a ottenere per la prima volta questo raffinato e gustoso alimento, e procedendo per gradi - miei miei studi - scesi all'epoca in cui si scoprì casualmente come inacidire la pasta, che si suppone abbia insegnato il processo di lievitazione e giunsi (attraverso tutte le altre fermentazioni successive) al pane "buono e dolce e sano" che è sostegno della vita. 

Il lievito, che alcuni dicono sia l'anima del pane, lo spiritus che riempie il suo tessuto cellulare, e che è religiosamente conservato come il fuoco di Vesta, questa semente io me la procuravo regolarmente e fedelmente al villaggio, finché una mattina dimenticai le regole e sciupai il lievito con acqua bollente; con ciò mi accorsi che esso non era indispensabile e dal allora in poi ne ho fatto volentieri a meno, sebbene molte massaie mi abbiano vivamente assicurato che senza lievito non può esserci un pane sano e igienico, e persone d'età mi abbiano predetto un rapido deperimento delle mie forze vitali. Tuttavia io non lo trovo un ingrediente essenziale, e - un anno ormai che ne faccio a meno - sono ancora su questa terra e contento di essermi liberato della seccatura di portarmene in tasca una bottiglia piena che, per mia disgrazia, ogni tanto scoppiava e mi si versava addosso. Non usarlo è, dunque, più semplice e più comodo. L'uomo è un animale che più di ogni altro può adattarsi a tutti i climi e a tutte le circostanze. Nè misi nel pane un po' di sale, soda o altri acidi o alcali. Sembra quasi che io l'abbia fatto secondo la ricetta che Marco Porcio Catone diede circa due secoli prima di Cristo: "Panem depsticium sic facito. Manus mortariumque bene lavato. Farinam in mortarium indito, aquae paulatim addito, subigitoque pulchre. Ubi bene subegeris, defingito, coquitoque sub testu".
Credo che voglia dire: "Impastate il pane così: lavate bene le mani e il recipiente. In questo mettete poi farina, su cui verserete gradualmente dell'acqua, e impastate bene il tutto; una volta impastato, dategli forma, e cuocetelo sotto un coperchio", cioè una tortiera. Nessun accenno al lievito. 




Finita la trascrizione di questa parte del libro di Thoreau, vorrei aggiungere il mio contributo per quanto riguarda l'uso del lievito nella panificazione.
Mi è difficile capire dalle parole scritte nel libro, a quale lievito l'autore faccia riferimento, se il lievito di birra o quello di pasta acida, il lievito madre.
In ogni caso la mia esperienza mi ha insegnato che l'intestino è un organismo delicato che va trattato con cura; esso produce un "suo lievito", la flora batterica, il cui equilibrio viene sempre turbato da numerosi agenti esterni, primo fra tutti il lievito contenuto nei prodotti da forno. Ma un conto è il lievito che è il prodotto naturale della fermentazione della farina e dell'acqua, un altro conto è il lievito di birra aggiunto dai panettieri o dai panifici industriali; la principale differenza che ho riscontrato è che quello di birra ha una capacità di fermentazione e lievitazione molto più intensa e veloce che continua all'interno del nostro organismo anche grazie a una temperatura favorevole.
Quali sono i disturbi che crea e come possiamo accorgerci se a noi sta procurando problemi?
Un sintomo comune è quello della digestione difficile e più lunga del normale, accompagnata a volte da sonnolenza, scarsa capacità di concentrazione, mal di capo e a volte nausea. Poi in genere si presenta gonfiore del ventre e flatulenza intestinale dall'odore molto sgradevole.


Il mio suggerimento è di evitare con cura ogni prodotto da forno che contenga lievito di birra, scegliendo invece quelli che contengono lievito naturale a pasta acida detto anche lievito madre.

Enrico D'Errico

continua in "Walden o vita nei boschi" 4





5 ottobre 2013

Sacre scritture e lavoro su di sé





Guarda guarda.... persino il libro di Qoelet parla di lavoro su di sé!

"Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è un'occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino".
Allora,che ne dite, non vi sembra molto interessante?
Interessante e chiaro, direi; dunque....vediamo. 
Qui si parla di un'occupazione che è stata data agli uomini; e com'è tale occupazione? Gravosa. 
Una gravosa occupazione dataci da Dio in persona e nella quale dovremmo impegnarci e faticare.
Ma la parte precedente del versetto ci fa capire quale sia questa occupazione e quale sia l'attitudine di colui che scrisse, il re Salomone.
Dalle parole "mi sono proposto..." si comprende che la ricerca e l'esplorazione erano qualcosa in cui aveva deciso di impegnarsi con determinazione; inoltre disse che voleva farlo con saggezza. Ma esplorare cosa? Tutto ciò che si fa sotto il cielo.
Esplorare con saggezza e determinazione tutto ciò che si fa sulla terra: questo è il lavoro in cui Dio si aspetta che ci impegniamo.

Il libro di Qoelet, o Ecclesiaste, mi è sempre piaciuto molto e ho notato, ancora una volta, come le Sacre Scritture ci riservino sempre nuovi significati, più abbondanti e profondi nella misura in cui cresce la nostra consapevolezza.

Qoelet ci fa capire che i nostri problemi non sono poi cambiati molto rispetto a quelli dell'umanità di 2000 anni fa.
Le persone sono sempre state impegnate in qualcosa che le allontana da loro stesse e li fa vivere in modo meccanico, poco significativo e vano.
E proprio di vanità si parla al capitolo 2 nei versetti da 1 a 11; qui Salomone narra di come si sia concesso ogni cosa desiderasse, ma alla fine la sua riflessione fu: 
"E io, sì, io, mi volsi a tutte le mie opere che le mie mani avevano fatto e al duro lavoro per compiere il quale avevo lavorato duramente, ed ecco, ogni cosa era vanità e un correr dietro al vento, e non c’era nulla di vantaggioso sotto il sole".

Proseguendo nella lettura scopriamo che persino il re Salomone, uno degli uomini più saggi del suo tempo, aveva gli stessi meccanismi che hanno attualmente tutti gli esseri viventi, come la possessività, l'attaccamento, il bisogno di essere riconosciuto; queste caratteristiche si evincono dai versi da 17 a 19: 
"E odiai la vita, perché l’opera che è stata fatta sotto il sole era calamitosa dal mio punto di vista, poiché ogni cosa era vanità e un correr dietro al vento. E io, sì, io, odiai tutto il mio duro lavoro a cui lavoravo duramente sotto il sole,  che avrei lasciato all’uomo che sarebbe venuto dopo di me. E chi sa se egli si mostrerà saggio o stolto?  Eppure avrà dominio su tutto il mio duro lavoro a cui lavorai duramente e in cui mostrai sapienza sotto il sole. Anche questo è vanità".

All'inizio del capitolo 4 si parla di oppressione, di prevaricazione e di competizione. Anche qui sembrano cose scritte da un nostro contemporaneo: 
"E io stesso tornai a vedere tutti gli atti di oppressione che si compiono sotto il sole, ed ecco, le lacrime di quelli che erano oppressi, ma non avevano confortatore; e dalla parte dei loro oppressori c’era il potere, così che non avevano confortatore"
Effettivamente dietro coloro che compiono atti oppressivi e prevaricatori c'è spesso il potere costituito, la società stessa o personaggi che comunque detengono un gran potere; ovviamente se ci si rivolge proprio a loro per ricevere conforto, non si può che uscirne delusi.
Il verso 4 descrive la rivalità, la competizione che esiste nel campo del lavoro: 
"E io stesso ho visto tutto il duro lavoro e tutta l’abilità nell’opera, che significa rivalità dell’uno verso l’altro; anche questo è vanità e un correr dietro al vento".
Interessante anche quello che possiamo considerare un vero e proprio elogio dell'ozio, contenuto sempre al capitolo 4, al versetto 6:
"È meglio una manciata di riposo che una doppia manciata di duro lavoro e correr dietro al vento".
Molto belli e stimolanti sono anche i primi versi del quinto capitolo: 
"Guarda i tuoi piedi ogni volta che vai alla casa del vero Dio; e ci sia un accostarsi per udire, anziché per dare un sacrificio come fanno gli stupidi, poiché essi non sono consapevoli di fare ciò che è male.Non affrettarti riguardo alla tua bocca; e in quanto al tuo cuore, non abbia fretta di proferir parola dinanzi al vero Dio. Poiché il vero Dio è nei cieli ma tu sei sulla terra. Perciò le tue parole devono essere poche".

Sto pensando anche a un altro passo di cui ho già parlato in questo blog; si trova in Matteo capitolo 6, i versetti 7 e 8: 

"Ma nel pregare, non dite ripetutamente le stesse cose, come fanno le persone delle nazioni, poiché esse immaginano di essere ascoltate per il loro uso di molte parole.  Non vi rendete dunque simili a loro, poiché Dio, il Padre vostro, sa quali cose vi occorrono  prima che gliele chiediate". 
Quando ci accostiamo a Dio dovremmo prima di tutto essere disposti a udire, ascoltare piuttosto che parlare, parlare, parlare, magari per chiedere cose che il Padre già sta facendo per noi. Questa fretta di parlare, di proferir parola, testimonia che chi prega non ha una buona relazione con Dio, ma usa le parole di preghiere scritte da altri piuttosto che farle sgorgare dal suo cuore. 

Lo studio della Parola di Dio, il lavoro su di sé, possono trasformare la qualità delle nostre preghiere e migliorare la nostra relazione col Padre.


Enrico D'Errico

26 agosto 2013

L'orgoglio

(continua dal precedente post sulla tracotanza, la vanità). 


Questo peccato capitale o passione maggiore era chiamata "ubris" dai greci (upsilon-beta-rho-jota-sigma); i loro dei punivano il genere umano quando peccava di superbia, quando si rivolgeva al cielo senza umiltà. Ritenersi simili agli dei era considerato arroganza; ora noi in realtà, dobbiamo scoprire proprio di essere simili a Dio, anzi, di essere Dio stesso, ma, come dicono le Scritture, ciò va fatto secondo delle tappe prestabilite. 

In Salmo 82:6 leggiamo "Io stesso ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell'Altissimo". "Voi siete dèi" dice il Padre, e il serpente promette alla donna, se gli darà ascolto: "...e voi sarete davvero simili a Dio" (Genesi 3:5). Dunque Adamo, l'Uomo era destinato a divenire dio, ma in Dio e attraverso Dio, non un altro dio senza Dio.





San Ireneo di Lione scrisse: 
"Bisognava che l'uomo fosse prima creato; che una volta creato crescesse; che essendo cresciuto divenisse adulto; che essendo divenuto adulto si moltiplicasse; che essendosi moltiplicato divenisse forte; che essendo divenuto forte fosse glorificato; e che, glorificato, vedesse il suo Signore". E ancora aggiunge "Come potrai essere Dio se ancora non sei stato fatto uomo? Come potrai essere compiuto se sei stato appena creato?"
Nella Bibbia è detto che Satana fece credere ai nostri progenitori di non aver alcun bisogno di queste tappe di maturazione e che avrebbero potuto conquistare da se stessi la deificazione, quindi per se stessi godere e trarre frutto dalla somiglianza: sarebbe stato sufficiente mangiare del frutto dell'albero, quello al quale Dio non aveva ancora permesso l'accesso perché il tempo non era ancora venuto. 

E' per orgoglio che mi distolgo da Dio quando penso e agisco unicamente secondo il mio piacere. L'orgoglioso vuole esistere senza Dio, vuole impossessarsi dei doni e degli attributi divini e servirsene indipendentemente da Dio. Ma senza Dio, separato dal suo creatore, l'uomo non ha la capacità di divenire uomo; satana lo sapeva. Fuori da Dio è la morte: Dio chiama alla vita, distogliersi da lui significa incamminarsi verso la morte.   


Così come avviene per la vanità, l'orgoglio prende due direzioni: l'orgoglioso cerca di elevarsi e si mette sia al di sopra del fratello, sia al di sopra di Dio. Orgoglio e vanità sono quelle passioni che si fecondano continuamente: la vanità apre la porta all'orgoglio, e l'orgoglio cerca la vanità. Queste due passioni hanno molti punti in comune; la differenza è che non si cerca più lo sguardo dell'altro, ma ci si stima, ci si sovrastima, si è soddisfatti di se stessi fino all'adorazione di sé, l'autolatria. Ci si crede molto intelligenti, molto dotati, molto belli, molto ricchi, con una posizione sociale molto buona, e questo "molto" diventerà "il più" al posto di Dio; ma la scrittura di 1° Corinti 4:7 dice: "Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" 


L'orgoglioso è come ipnotizzato da se stesso, vive in un mondo chiuso e vede suo fratello solo per disprezzarlo. Oppure l'altro esiste solo come sgabello per elevarsi ancora di più; l'altro è una cosa e, se oppone resistenza, allora diventa oggetto di collera, di aggressività, di odio e ogni vera relazione diventa impossibile. L'orgoglioso non perdona l'offesa, al contrario, calpesta l'altro e si arroga il diritto di giudicarlo, mentre Dio solo può conoscere i nostri pensieri e sondare il nostro cuore.

Posseduto dalla passione, l'orgoglioso è arrogante, ostenta il suo sapere, è infatuato e sicuro di sé. L'orgoglio lo priva della capacità di ascoltare, ha sempre ragione, non può sbagliarsi, rifiuta di mettersi in discussione, si giustifica per non cadere dal suo piedistallo.

Quando cediamo all'orgoglio siamo pieni di follia, chiudiamo gli occhi all'evidenza e gli orecchi alla verità, deliriamo. L'orgoglio di uno solo può voler distruggere una razza, una nazione, può mettere i popoli gli uni contro gli altri, portare al genocidio e alle rivoluzioni; ma può diventare anche orgoglio collettivo: la storia della torre di Babele, nel libro di Genesi è proprio un simbolo di orgoglio collettivo: "Suvvia, edifichiamoci una città e anche una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome celebre..." (Genesi 11:4)        


L'unico antidoto all'orgoglio è l'umiltà,fonte di ogni bene e fondamento della vita. Ecco perché lo scopo dell'ascesi è quello di frantumare l'orgoglio e di fare dell'umiltà la nuova terra dell'uomo.

Ma dell'umiltà continueremo a parlare in un prossimo articolo dal titolo "Essere niente".

Enrico D'Errico                                               

25 agosto 2013

Sulla tracotanza

questo post fa seguito ai cinque dedicati alla gola, pubblicati nelle settimane precedenti.

La tracotanza o superbia, è un altro dei peccati tenuti in gran considerazione dai padri della chiesa e da loro descritta nei testi della Filocalia. Personalmente mi sono avvicinato ad essa passando prima dalla lettura di un altro libro prezioso, "I racconti di un pellegrino russo"; poi, come già vi dissi, ho letto alcuni libri di J. Y. Leloup e dei coniugi Goettmann, e da quest'ultimi ho tratto alcuni brani.
In realtà il peccato della superbia è compreso nei "sette vizi capitali" della chiesa d'occidente, mentre nelle "otto passioni maggiori" della chiesa d'oriente si parla di "vanagloria" e "orgoglio": a queste due passioni sono dedicati questo post e i successivi.

La vanità o vanagloria ("cenodossia" in alcuni testi dei padri della chiesa) è il desiderio di essere visti o di farsi vedere. La letteratura patristica sostiene che il sentimento di vanità accompagna come un'ombra il progresso spirituale. Secondo Giovanni Cassiano è una reazione interiore , impercettibile e nascosta, che sfugge al controllo della nostra volontà; si maschera sotto infinite spoglie e si impadronisce di tutto, anche delle buone azioni. E' un bisogno insano di essere riconosciuti e lodati per ciò che si fa. L'ego pretende di essere sempre al centro di tutto, in ogni momento, punto di attrazione dell'attenzione di tutti. La persona vanitosa ama compiacersi del proprio aspetto, della propria voce, dei propri discorsi, delle proprie qualità, del proprio sapere...
Spesso è stizzito e infastidito dal fatto che gli altri non si accorgano per primi delle sue "straordinarie" doti.
Il vanaglorioso ama essere guardato e si placa solo quando percepisce l'ammirazione degli altri. Fa della propria vita una rappresentazione teatrale. Il suo io non è mai nudo, ma sempre protetto da una maschera, diversa a seconda delle occasioni. E questo, secondo i padri della chiesa, uccide a poco a poco la vitalità della persona, perché la recita è sempre una grande fatica per l'attore in questione.


H. Bosch (1450-1516) I sette peccati capitali
(Particolare: la superbia)


L'ego prende il posto di Dio.
Il vanitoso, in genere, ama la convivialità, perché il proprio narcisismo ha continuamente bisogno di specchiarsi negli altri per ricevere conferme. E sovente il vanitoso si circonda di persone che sono come lui, perché il vanitoso ha paura della diversità.
Tuttavia, quando incontra qualcuno che lo pone di fronte alla verità di se stesso, il vanitoso sente sbriciolarsi le proprie maschere e reagisce evitando le relazioni. Diventa arrogante, aggressivo, geloso e impacciato: l'unica via d'uscita è la fuga.

Il grande rimedio della vanità è di volgere lo sguardo da se stessi a Cristo e di fissare il suo volto a lungo e intensamente: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Galati 2:20). Lo scopo della Preghiera di Gesù è proprio quello di aiutarci a ritrovare il nostro centro in Cristo. Quando preghiamo non cerchiamo più lo sguardo degli altri su di noi, ma ci lasciamo guardare da Cristo. Restiamo in attesa perché tutto ci viene da lui: "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?" (1° Corinti 4:7).
Il vanitoso impara a capire che le sue doti e le sue qualità non sono sue e quindi degne di ammirazione, sono solo dono di Dio, un regalo di cui essere solo grati. Così si libera l'uomo interiore. Quando si accorge di essere oggetto delle attenzioni premurose e continue del Signore, l'individuo non ha più bisogno di riconoscimenti esteriori.

Enrico D'Errico


continua nel prossimo post dedicato all'orgoglio