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31 agosto 2013

Gli idoli


Nella sua seconda lettera a Timoteo l’apostolo Paolo scrive: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona”.
Chi è l’uomo di Dio? Non è il prete o la suora ma ogni essere umano che sta aprendo il proprio cuore al Padre permettendogli di trasformarlo da cuore di pietra a cuore di carne; è colei che chiede a Dio di essere utilizzata per i suoi scopi, è colui che prega “sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno”, toglimi dal sonno della coscienza e aiutami a non esser più del mondo pur vivendoci.

L’uomo e la donna di Dio desiderano essere competenti e preparati per ogni opera buona e per questo usano anche le Sacre Scritture per conoscere più a fondo la volontà di Dio e accrescere la propria consapevolezza. Noi tutti amiamo quindi utilizzare la Bibbia e non solo i vangeli e le lettere ma anche il cosiddetto vecchio testamento e, nell’accostarci alla lettura, chiediamo che il Padre infonda il suo spirito su di noi.

Leggiamo il libro di Esodo, al capitolo 20, i versi 4 e 5:
“Non devi farti immagine scolpita né forma simile ad alcuna cosa che è nei cieli di sopra o che è sulla terra di sotto o che è nelle acque sotto la terra. Non devi inchinarti davanti a loro né essere indotto a servirle…”
Di cosa sta parlando il Padre, cosa vuole dire a noi, uomini e donne del 2013 che oggi consideriamo questo comando?

Per noi gli idoli di cui parlano i dieci comandamenti sono le cose che desideriamo di più, tutto ciò cui immoliamo l’intera nostra vita, l’energia, l’attenzione, ogni nostra risorsa.
Sono gli oggetti materiali, le persone o le posizioni sociali cui aspiriamo. Essi ci impediscono di vivere la bellezza del “qui e ora” perché noi aspiriamo a qualcosa che forse avremo presto, in futuro, ritenendo che, una volta giunti a quel traguardo, la nostra vita cambierà, saremo finalmente soddisfatti e appagati.



Fanno così i ragazzi quando desiderano tanto il primo telefonino o la prima moto, o quando attendono la patente di guida.
Fanno così le donne che aspirano a cambiare il mobilio o a rifarsi il seno.
Fanno così le persone che cercano con trepidazione l’anima gemella.
Fanno così gli uomini che vogliono la macchina nuova o aspirano a fare carriera.
I desideri di queste e altre cose diventano fissazioni e occupano tutto il nostro campo mentale ed emotivo.
Questi idoli ci derubano della vita e ci impediscono di capire chi siamo e come dovremmo impiegare la nostra esistenza.

Gli idoli sono inoltre una strategia che attuiamo per anestetizzarci, per non avvertire il dolore che proviamo dentro; ma il dolore è un dono di Dio, è un campanello d’allarme per avvertirci che stiamo sbagliando qualcosa. Se noi sopprimiamo il sintomo arriveranno dolori e disavventure più grandi fino a che non prendiamo coscienza del significato delle nostre difficoltà.

Facendo un collegamento con il capitolo 11 di Genesi scopriamo anche il significato più profondo del racconto della costruzione della torre di Babele. Essa rappresenta la nostra condizione di uomini che cercano a tutti i costi di farsi un nome; ogni uomo spreca il suo prezioso tempo e la sua energia per ottenere una posizione, un riconoscimento.
Il Padre dice: “ma come, io ho fatto questo uomo perché abbia grandi progetti e lui si dovrebbe accontentare di questi obiettivi meschini? Ah no, io adesso scendo e gli confondo le cose, gli mando tutto a gambe all’aria!”

Anche nel vostro caso, quante volte Dio è sceso, è intervenuto e ha scombinato tutto? Se vi sembra non sia ancora successo preparatevi perché immancabilmente succederà, deve succedere! Dio non può permettere che uno dei suoi figli non viva da Uomo ma continui a razzolare nel fango e la ghiaia come un bipede pennuto.
Un consiglio quindi: in futuro non innamoratevi più dei vostri progetti, della vostra volontà personale ma rimanete in ascolto della volontà di Dio affinché sia lui a dirvi cosa fare della vostra, o meglio della sua vita.

Enrico D'Errico

26 agosto 2013

L'orgoglio

(continua dal precedente post sulla tracotanza, la vanità). 


Questo peccato capitale o passione maggiore era chiamata "ubris" dai greci (upsilon-beta-rho-jota-sigma); i loro dei punivano il genere umano quando peccava di superbia, quando si rivolgeva al cielo senza umiltà. Ritenersi simili agli dei era considerato arroganza; ora noi in realtà, dobbiamo scoprire proprio di essere simili a Dio, anzi, di essere Dio stesso, ma, come dicono le Scritture, ciò va fatto secondo delle tappe prestabilite. 

In Salmo 82:6 leggiamo "Io stesso ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell'Altissimo". "Voi siete dèi" dice il Padre, e il serpente promette alla donna, se gli darà ascolto: "...e voi sarete davvero simili a Dio" (Genesi 3:5). Dunque Adamo, l'Uomo era destinato a divenire dio, ma in Dio e attraverso Dio, non un altro dio senza Dio.





San Ireneo di Lione scrisse: 
"Bisognava che l'uomo fosse prima creato; che una volta creato crescesse; che essendo cresciuto divenisse adulto; che essendo divenuto adulto si moltiplicasse; che essendosi moltiplicato divenisse forte; che essendo divenuto forte fosse glorificato; e che, glorificato, vedesse il suo Signore". E ancora aggiunge "Come potrai essere Dio se ancora non sei stato fatto uomo? Come potrai essere compiuto se sei stato appena creato?"
Nella Bibbia è detto che Satana fece credere ai nostri progenitori di non aver alcun bisogno di queste tappe di maturazione e che avrebbero potuto conquistare da se stessi la deificazione, quindi per se stessi godere e trarre frutto dalla somiglianza: sarebbe stato sufficiente mangiare del frutto dell'albero, quello al quale Dio non aveva ancora permesso l'accesso perché il tempo non era ancora venuto. 

E' per orgoglio che mi distolgo da Dio quando penso e agisco unicamente secondo il mio piacere. L'orgoglioso vuole esistere senza Dio, vuole impossessarsi dei doni e degli attributi divini e servirsene indipendentemente da Dio. Ma senza Dio, separato dal suo creatore, l'uomo non ha la capacità di divenire uomo; satana lo sapeva. Fuori da Dio è la morte: Dio chiama alla vita, distogliersi da lui significa incamminarsi verso la morte.   


Così come avviene per la vanità, l'orgoglio prende due direzioni: l'orgoglioso cerca di elevarsi e si mette sia al di sopra del fratello, sia al di sopra di Dio. Orgoglio e vanità sono quelle passioni che si fecondano continuamente: la vanità apre la porta all'orgoglio, e l'orgoglio cerca la vanità. Queste due passioni hanno molti punti in comune; la differenza è che non si cerca più lo sguardo dell'altro, ma ci si stima, ci si sovrastima, si è soddisfatti di se stessi fino all'adorazione di sé, l'autolatria. Ci si crede molto intelligenti, molto dotati, molto belli, molto ricchi, con una posizione sociale molto buona, e questo "molto" diventerà "il più" al posto di Dio; ma la scrittura di 1° Corinti 4:7 dice: "Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" 


L'orgoglioso è come ipnotizzato da se stesso, vive in un mondo chiuso e vede suo fratello solo per disprezzarlo. Oppure l'altro esiste solo come sgabello per elevarsi ancora di più; l'altro è una cosa e, se oppone resistenza, allora diventa oggetto di collera, di aggressività, di odio e ogni vera relazione diventa impossibile. L'orgoglioso non perdona l'offesa, al contrario, calpesta l'altro e si arroga il diritto di giudicarlo, mentre Dio solo può conoscere i nostri pensieri e sondare il nostro cuore.

Posseduto dalla passione, l'orgoglioso è arrogante, ostenta il suo sapere, è infatuato e sicuro di sé. L'orgoglio lo priva della capacità di ascoltare, ha sempre ragione, non può sbagliarsi, rifiuta di mettersi in discussione, si giustifica per non cadere dal suo piedistallo.

Quando cediamo all'orgoglio siamo pieni di follia, chiudiamo gli occhi all'evidenza e gli orecchi alla verità, deliriamo. L'orgoglio di uno solo può voler distruggere una razza, una nazione, può mettere i popoli gli uni contro gli altri, portare al genocidio e alle rivoluzioni; ma può diventare anche orgoglio collettivo: la storia della torre di Babele, nel libro di Genesi è proprio un simbolo di orgoglio collettivo: "Suvvia, edifichiamoci una città e anche una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome celebre..." (Genesi 11:4)        


L'unico antidoto all'orgoglio è l'umiltà,fonte di ogni bene e fondamento della vita. Ecco perché lo scopo dell'ascesi è quello di frantumare l'orgoglio e di fare dell'umiltà la nuova terra dell'uomo.

Ma dell'umiltà continueremo a parlare in un prossimo articolo dal titolo "Essere niente".

Enrico D'Errico